*Italia

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*Comunidades africanas en España

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Donato Ndongo

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Valerie Mason-John

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Cyril Lionel Robert James

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*AFRICAN IMMIGRANTS AND RACIAL DISCRIMINATION IN ICELAND

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*The Black British Press

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Abdulrazak Gurnah

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African Diaspora in Finland

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African Diaspora in the Republic of Ireland

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Africans in Russia

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Afro-Swedes

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Alfred Fagon

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Amara Lakhous

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Aminatta Forna

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Andrew Salkey

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Antar Mohamed Marincola

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Arnold Chiwalala

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Ben Okri

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Beryl Gilroy

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Biyi Bandele

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Blaka Lola (Nicolina E.C. Sant)

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Caryl Phillips

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Chris Braithwaite

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Diana Evans

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Erminia Dell’Oro

Silvia Camillotti

Erminia Dell’Oro è nata ad Asmara (Eritrea) nel 1938; suo nonno vi si trasferì nel 1896 da Lecco (Lombardia), dove si sposò ed ebbe figli e nipoti. Quando Erminia lasciò l’Eritrea per la prima volta per andare in Italia, aveva vent’anni: emigrò a Milano dove tuttora vive. Afferma a tale proposito:

“Ero una migrante al contrario rispetto a mio nonno; non lasciavo certo la madrelingua, perché ho studiato l’italiano e avevo la cittadinanza italiana, ma certamente lasciavo la mia terra” (Lingue e letterature in movimento, 2007, 47).

È venuta in Italia per studiare, ma ha sempre mantenuto relazioni con l’Eritrea, paese che considera la sua terra, dove ritorna spesso per incontrare amici e parenti. Dell’Oro ha lavorato a Milano per 15 anni, dal 1975 al 1990, nella libreria Einaudi, luogo storico in cui intellettuali e scrittori erano soliti ritrovarsi e dove la scrittura è divenuta la sua passione.

Sebbene Dell’Oro abbia frequentato scuole italiane in Eritrea, l’ambiente cosmopolita in cui è cresciuta le ha insegnato il valore positivo dell’incontro con differenti culture: sua madre era di origine ebrea, nella sua casa greci, arabi, indiani erano soliti incontrarsi, andare in chiesa o in sinagoga non creava in lei alcun tipo di conflitto:

“Questo crescere tra gente diversa di paesi diversi, questo sentire il muezzin e le campane della cattedrale, i salmi della sinagoga, come se tutto fosse il mio mondo naturale senza che me ne rendessi conto, perché quella era la mia realtà e non ne conoscevo assolutamente altre, indubbiamente qualcosa mi ha lasciato, mi ha molto arricchito” (Lingue e letterature in movimento, 48-49).

Sebbene abbia vissuto in un quartiere per bianchi, Dell’oro ha imparato a rispettare gli eritrei che sono diventati i principali protagonisti della sua opera. Ha iniziato a scrivere articoli e reportage e ha lavorato come giornalista nel Corno d’Africa e in seguito durante il conflitto tra Etiopia e Eritrea negli anni Novanta. I suoi legami con l’Eritrea emergono nettamente nella sua narrativa. A proposito delle ragioni che l’hanno condotta alla scrittura, afferma in un’intervista:

“Anche quando ero giovane desideravo scrivere qualcosa di utile, qualcosa che avesse un senso. Arrivata in Italia mi ero accorta che quasi nessuno conosceva la storia delle colonie italiane in Africa. Era una fetta del nostro passato di cui nessuno sapeva o voleva sapere nulla. Le nostre colonie erano piccole, perse in fretta, popolate soprattutto da fascisti… non c’era letteratura su questo argomento” (El ghibli, on line).

La narrativa di Dell’Oro include tematiche come il colonialismo italiano, la migrazione, la doppia appartenenza, il meticciato e l’ebraismo, gran parte dei quali ispirati dalla sua esperienza di vita.

In Italia è stata per anni membro della giuria del concorso Eks&tra, che premia racconti scritti da immigrati o dai loro figli, quali Gabriella Ghermandi, Igiaba Scego e molti altri che sono diventati noti in Italia. Un’altra importante attività a cui Dell’Oro partecipa riguarda le scuole: va spesso nelle scuole a parlare dell’Eritrea. Non è un caso che la sua produzione narrativa per bambini e ragazzi sia ampia. Crede nell’importanza della scrittura per i giovani lettori:

“É nell’infanzia e nell’adolescenza che ho vissuto esperienze decisive. E comunque popolare i romanzi di giovani e adolescenti è un modo per coinvolgere i loro coetanei, per trasmettere loro un messaggio, per raccontare loro una storia che non conoscono” (el ghibli, on line).

La completa bibliografia per bambini e ragazzi, che include più di venti libri, è disponibile nel suo sito.

In tutta questa ampia produzione per bambini, menzioniamo Dall’altra parte del mare, vincitore di molti premi letterari, in cui Dell’Oro descrive il pericoloso viaggio per mare dalle coste nordafricane all’Italia di una giovane ragazza, Elen, e di sua madre. Grazie a tale racconto Dell’Oro permette ai giovani lettori di comprendere e avvicinarsi empaticamente a molti migranti che attraversano il mare rischiando la vita per cercare migliori condizioni di esistenza. Dall’altra parte del mare, pubblicato per i tipi Piemme nel 2005, è un libro di grande importanza visto anche l’intensificarsi del fenomeno dei viaggi per mare dall’Africa all’Italia.

Il suo primo romanzo per adulti, Asmara addio, uscì nel 1988 presso una piccola casa editrice di Pordenone, Studio Tesi. Fu un successo e venne ripubblicato nella serie dei Best Seller Mondadori nel 1993 e da Baldini&Castoldi nel 1997. Una recensione è disponibile nella nota rivista on line El ghibli, che si occupa di letteratura della migrazione. Molti studiosi hanno rivolto la loro attenzione a tale romanzo, poiché presenta un argomento piuttosto inedito negli anni Ottanta e Novanta: il colonialismo italiano. In Asmara addio la scrittrice racconta la storia della famiglia Conti e della loro esperienza nel paese africano nella prima parte del XX secolo, durante e dopo il colonialismo, descritto senza retorica. Il tema si intreccia con un altro, presente nella narrativa di Dell’Oro: l’ebraismo e la diaspora in seguito alle leggi razziali fasciste. Appare utile menzionare il saggio di Daniele Comberiati, Una dispora infinita. L’ebraismo nella narrativa di Erminia Dell’Oro, in cui egli argomenta come la diaspora ebraica divenga la lente attraverso cui Dell’Oro spiega l’esilio e il senso di smarrimento dei suoi personaggi. Tale tema emerge anche ne Il fiore di Merara, (Baldini&Castoldi 1994) che mantiene l’ambientazione nell’ex colonia italiana; invece, il romanzo La gola del diavolo (Feltrinelli 1999) non si incentra sulla diaspora sebbene sia ambientato nella amata Eritrea.

Tra i molti argomenti affrontati nella narrativa di Dell’Oro, il colonialismo è stato quello che l’ha resa nota, ma un’altra caratteristica innovativa tipica della sua scrittura è lo spazio dedicato al popolo africano, la volontà di dargli voce e descriverlo in un modo anti-eurocentrico. Afferma:

“Ho sempre creduto fosse un dovere morale per chi ha la possibilità di scrivere non dimenticare queste donne, questi bambini e bambine “perdenti”, sconfitti dal destino ma tenaci, coraggiosi, eccezionali” (el ghibli, on line).

Dunque, il colonialismo e i suoi effetti sono al centro de L’abbandono, (Einaudi 2006) tratto da una storia vera il cui personaggio principale è una giovane ragazza, Marianna. Marianna, nata da madre Eritrea e padre italiano, soffre per il mancato riconoscimento da parte di quest’ultimo. Vuole andare in Italia per cercarlo, per capire perché ha lasciato la sua famiglia, condannandola a una vita di povertà e dolore. La condizione di Marianna – il meticciato – era piuttosto comune nelle colonie, dove i bambini figli di donne africane erano dimenticati dai padri italiani (che spesso già avevano una moglie e una famiglia in Italia). Sandra Ponzanesi, in Paradoxes of Postcolonial Culture e Daniele Comberiati in La quarta sponda pongono attenzione a tale questione. I saggi di Monica Venturini Toccare il futuro. Scritture postcoloniali femminili e quello di Derek Duncan, Italian Identity and the Risks of Contamination: the Legacies of Mussolini’s Demographic Impulse in the Work of Comisso, Flaiano and Dell’Oro si incentrano anch’essi su tale tema. Inoltre, una auto presentazione dell’autrice è presente in Il colonialismo italiano in Eritrea. Riflessioni e letture.

L’ultimo romanzo, Vedere ogni notte le stelle, (Manni 2010) racconta la storia di una famiglia italiana in Eritrea negli ultimi decenni del XX secolo: il legame con questo paese è ancora forte nel personaggio principale, Milena, sebbene viva in Italia.

Tutti questi romanzi descrivono l’esperienza di una doppia appartenenza, il sentimento di sentirsi parte dell’Eritrea nonostante la migrazione in Italia. È una condizione che Dell’Oro ha vissuto personalmente e che plasma la sua scrittura.

“In Eritrea ero bianca ma mi sentivo a casa, in Italia tutti mi consideravano italiana perché ero come loro e parlavamo la stessa lingua ma io mi sentivo straniera” (el ghibli, on line).

L’unico testo per adulti non ambientato in Africa è Mamme al vento, (Baldini&Castoldi 1996) che condivide con altri il punto di vista di una giovane ragazza.

L’importanza dell’opera di Dell’Oro è tale non solo entro la cornice teorica della letteratura migrante o postcoloniale, ma nella letteratura italiana tout court, poiché ha svelato un tema scomodo quale è stato a lungo il colonialismo italiano, dando voce agli africani senza le solite gerarchie razziali che li considerano inferiori, ma, al contrario, sottolineando il rapporto storico tra gli italiani e la loro colonia africana. Inoltre, scrivere per i bambini e renderli protagonisti contribuisce a promuovere un complicato tema tra lettori non abituati ad esso.

Comberiati Daniele, La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi, edizioni Pigreco, Roma 2007

Id., Una dispora infinita. L’ebraismo nella narrativs di Erminia Dell’Oro, http://www.italianisticaultraiectina.org/publish/articles/000087/article.pdf

Dell’Oro Erminia, Il colonialismo italiano in Eritrea. Riflessioni e letture, in Camilotti S. (a cura di) Lingue e letterature in movimento. Scrittrici emergenti nel panorama letterario italiano contemporaneo, Bup, Bologna, 2008, pp. 46-58

Duncan Derek, Italian Identity and the Risks of Contamination: the Legacies of Mussolini’s Demographic Impulse in the Work of Comisso, Flaiano and Dell’Oro in Duncan D. e Andall J., (a cura di) Italian colonialism: legacy and memory, Peter Lang, Bern, 2005, pp. 99-124

Ponzanesi Sandra, Paradoxes of Postcolonial Culture. Contemporary Women Writers of the Indian and Afro-Italian Diaspora, State University of New York Press, Albany, 2004

Riccardi Irene Claudia, Intervista, in El ghibli, http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=00_02&sezione=7

Venturini Monica, Toccare il futuro. Scritture postcoloniali femminili in Derobertis R., (a cura di) Fuori centro. Percorsi postcoloniali nella letteratura italiana, Aracne, Roma, 2010, pp. 111-130

Galaxy

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Garane Garane

Contributor: Stefano Zangrando

Garane Garane è nato in Somalia, discendente da una stirpe reale. Ha frequentato le scuole, dalle elementari al liceo scientifico, a Mogadiscio per poi trasferirsi a Firenze, dove ha studiato Scienze Politiche presso l’Università della città. Si è laureato in Lingua e Letteratura italiana con un dottorato su Dante, Petrarca e Boccaccio presso l’Università di Grenoble, dove ha conseguito anche la laurea in Lingua e Letteratura francese. Attualmente insegna presso il Dipartimento di Scienza sociale della Allen University, nella Carolina del Sud, ed è Refugee State Cordinator per il Refugee Resettlement Program dello stesso stato.

Il solo romanzo di Garane ad oggi pubblicato, scritto in italiano, è Il latte è buono (Isernia: Cosmo Iannone, 2005), apparso in una collana curata da Armando Gnisci, che nella quarta di copertina lo definì «il primo romanzo postcoloniale italiano». E in effetti, considerata da una prospettiva postcoloniale, l’opera condivide vari aspetti ricorrenti di questa costellazione testuale: la strutturazione sui generis di una saga familiare, la funzione unificante di una figura progenitrice, il ricorso all’oralità sul piano linguistico e su quello tematico, e una fusione di fantasia e realismo volta, con le parole di Silvia Albertazzi, a «conciliare il mito con il racconto, […] la realtà magica dell’immaginario postcoloniale con gli orrori della cronaca». Altrettanto caratteristica di questo romanzo è del resto quella commistione di «ibridazione, meticciato linguistico» ed «erranza ed esilio a livello tematico» in cui Albertazzi scorge una comunanza tra le letterature postcoloniali e i «testi fondanti delle grandi culture occidentali».[1]

Il latte è buono è diviso in quattro capitoli. Il primo capitolo, intitolato «Nascita di una regina», è ambientato in un villaggio d’Azania, nella regione del corno d’Africa compresa tra la Somalia, l’Etiopia orientale e il nord-ovest del Kenia dominata dal clan degli Ajuran, fondatori della dinastia Gareen. È un momento imprecisato del XVIII secolo, la “Storia” occidentale non è ancora approdata sulle rive africane sotto forma d’imperialismo e sta per nascere la futura regina, Shaklan, la donna che metterà al mondo il padre di quello che, a partire dal secondo capitolo, sarà il personaggio principale del romanzo. In questo primo capitolo, la società tribale della Somalia pre-coloniale, improntata all’oralità, viene rappresentata in una dimensione leggendaria che recupera con originalità un registro e un cronotopo pre-moderni, e che fa pensare al passato «distanziato, compiuto e chiuso come un cerchio» in cui secondo Mikhail Bakhtin l’epopea e in generale tutta la grande letteratura dell’epoca classica proiettava le proprie narrazioni.[2]

Il secondo capitolo, «Mogadiscio la noiosa», è ambientato nella capitale della Somalia prima italiana e poi unificata, e funge da “intreccio” tra le tre generazioni dei Gareen incarnate dai personaggi principali e le rispettive epoche storiche. Kenadit, figlio di Shaklan e futuro membro della classe dirigente somala (prima sindaco di Mogadiscio, poi, dopo il colpo di stato del 1969, avvocato e ministro dei Trasporti pubblici e aerei), appartiene alla generazione di mezzo che vive in prima persona la trasformazione coloniale del paese, la sua «modernizzazione» e i costi socio-culturali di questa. Da questo momento in poi, la narrazione alterna scene e ritornelli orali con digressioni dal registro storiografico, volte a delucidare le vicende storiche che porteranno all’ingaggio di Kenadit da parte della dittatura di Siyaad Barre e, nelle ultime pagine del capitolo, all’annuncio della partenza di suo figlio Gashan per l’Italia. È a questo punto che comincia a manifestarsi l’identità colonizzata dell’ultimo dei Gareen, proiezione autobiografica dell’autore.

Il problema di Gashan è che la sua identità “artificiale” gli inibisce qualunque appartenenza culturale nazionale, facendolo sentire italiano tra i somali prima e straniero in Italia poi, tra quelli che credeva essere «i suoi simili». L’interesse di questo terzo capitolo, intitolato «L’esilio», è per un verso nel carattere iniziatico dell’esperienza all’estero, per cui le peregrinazioni di Gashan attraverso l’Italia, la Francia e gli Stati Uniti diventano un percorso di maturazione individuale complessa, per l’altro nello sguardo critico gettato, oltre che sul mondo e i costumi dei colonizzati e dei colonizzatori, su vari aspetti della stessa cultura postcoloniale che ne costituisce il presupposto.

Lo spaesamento doppiamente demistificante – verso se stesso e verso i contesti di volta in volta affrontati – scontato da Gashan nelle sue peregrinazioni all’estero confluisce poi nel «disastro» politico e sociale descritto nell’ultima parte del libro, intitolata «Il ritorno, il monologo e la morte» e ambientata nella Somalia contemporanea piagata dalla guerra civile. All’ultimo discendente dei Gareen è riservato, nell’orizzonte desolato della tragedia storica, un destino esclusivo, degno non soltanto dell’erede di una stirpe reale che affonda le proprie gloriose radici nella storia “pre-storica” della Somalia, ma anche di colui la cui identità si è forgiata nell’esperienza molteplice della colonizzazione, dell’esilio e della maturazione.

Complessivamente, in questo primo e finora unico romanzo di Garane l’oralità propria della cultura originaria dell’autore si esprime su più livelli, dando luogo a uno specifico dialogismo della parola romanzesca, riconoscibile da un lato nell’inserzione di termini somali (plurilinguismo), dall’altro in un registro stilistico improntato all’oralità. Questa emulazione dell’oralità originaria è stata così motivata dall’autore in un’intervista concessa alla rivista on line El Ghibli: «La struttura è tradizionale, italo-somala […] I somali nomadi raccontavano questa lunga storia che durava per pagine e pagine: quando ho cominciato a scrivere non ho potuto fermarmi prima di finirlo. I somali sono noti per l’arte del parlare, questo fa parte di quell’arte».[3]

Link: http://www.disp.let.uniroma1.it/basili2001/


[1] S. Albertazzi, Lo Sguardo dell’Altro. Roma: Carocci, 2000 (p.18).

[2] Si tratta della nota e sempre fruttuosa teoria esposta nel saggio Epos e romanzo, in Estetica e romanzo, traduzione italiana di C. Strada Janovic, Torino: Einaudi, 1979 (p. 445-82).

[3] G. Gadaleta, “Intervista a Garane Garane”, El Ghibli 12, 2006: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_03_12-section_6-index_pos_2.html

Gloria Wekker

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Helen Oyeyemi

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Igiaba Scego

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Ignatius Fortuna

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Ingy Mubiayi Kakese

Ingy Mubiayi Kakese (Cairo, Egypt, 1972)

Ingy Mubiayi Kakese nasce nel 1972 al Cairo da padre congolese e madre egiziana. Giunge in Italia nel 1977 dove frequenta inizialmente la scuola francese e successivamente quella italiana. Si laurea presso l’università La Sapienza in Storia della civiltà arabo-islamica e si stabilisce a Roma. Nell’anno 2000 apre una libreria nel quartiere periferico di Primavalle chiamata Modus Legendi (Camilotti 3) nella quale viene data una particolare attenzione alla sezione della letteratura migrante. La scrittrice ha collaborato inoltre con la rivista Internazionale, ha lavorato come traduttrice e ha partecipato a progetti in diverse scuole. Mubiayi è autrice di sette racconti; di questi: ‘Documenti, prego’, vincitore del concorso Eks&Tra nel 2004 e pubblicato in La seconda pelle (Rimini: Eks&Tra, 2004), è stato ripubblicato nel 2005 nella raccolta Pecore nere (Roma, Bari: Editori Laterza, 2005), nella quale è presente anche ‘Concorso’; nel 2005 sono stati pubblicati ‘Fiori e scarafaggi’ nella rivista Nuovi argomenti (Milano: Mondadori, 2005), ‘La Famiglia’ nella raccolta Italiani per vocazione (Fiesole: Cadmo, 2005), ‘L’incontro’, apparso nel giugno 2005 sulla rivista on line el Ghibli e ‘Rimorso’, pubblicato nella raccolta di racconti a cura di Armando Gnisci Allattati dalla lupa (Roma: Sinnos, 2005). Ha inoltre scritto il racconto ‘Nascita’, pubblicato in Amori bicolori nel 2008 (Roma: Editori Laterza, 2008). Ha curato, con la scrittrice di origini somale Igiaba Scego, Quando nasci è una roulette, giovani figli di migranti si raccontano, (Milano: Terre di mezzo, 2007) un’antologia di testimonianze di otto ragazzi e ragazze di seconda generazione pubblicata nel 2007 (Camilotti 3-4). Ha scritto inoltre il saggio ‘Uno sguardo al “contrario”: l’ironia come strategia letteraria’ nella raccolta di saggi Lingue e letterature in movimento: scrittrici emergenti nel panorama letterario contemporaneo curata da Silvia Camilotti e uscito nel 2008 (Bologna: Bononia university Press, 2008).

Nei suoi racconti, Mubiayi tratta soprattutto la tematica dell’identità ibrida dei migranti di seconda generazione i quali si trovano spesso a cavallo tra più culture e tradizioni e possono quindi essere definiti ‘equilibristi dell’essere’ (Scego, Mubiayi 5). Sebbene lo stile da lei adottato sia spesso autoironico e umoristico, non mancano riflessioni e commenti beffardi nei confronti del razzismo e  della caotica burocrazia del sistema italiano. Ciò accade nel racconto ‘Documenti, prego’, nel quale l’autrice riflette sulla condizione di erranza e precarietà destinata a tutti i migranti in Italia senza permesso di soggiorno e sul labirintico percorso tra gli uffici italiani per ottenere i tanto agognati documenti:

Negli ultimi anni abbiamo sognato rannicchiati sul divano di non dover più esibire quel foglio azzurrognolo, che tanti rappresentanti dello Stato si rigiravano tra le mani non sapendo bene che farci. O il momento in cui non avremmo dovuto più vagare nei meandri di via Genova alla ricerca dell’uomo giusto per il rinnovo del fatidico FOGLIO DI SOGGIORNO, l’uomo che non ti rispedisce alla circoscrizione per produrre certificati attestanti la tua esistenza in vita, il fatto che sei proprio tu che ti chiami così e che ti firmi colà, e che quella che dice di essere tua madre sia effettivamente tua madre… (Mubiayi 100).

In questo racconto, la richiesta di aiuto di un amico di famiglia per ottenere il permesso di soggiorno, fornisce lo spunto per riflettere sulla condizione che accomuna l’iter di molti migranti arrivati di recente in Italia e il trauma legato alla parola documenti:

Ma gli ingranaggi del meccanismo sono stati messi in moto con la parola d’ordine DOCUMENTI ripetuta tre volte (una da Derrick quando scoprono il cadavere). La prima conseguenza è un senso di malessere metafisico con ripercussioni molto fisiche. Come quando ti ubriachi di gin e per riprenderti ti fai una doccia, ma, sorpresa! , il bagnoschiuma è al ginepro (Mubiayi 97-98).

Nel racconto ‘Concorso’ è centrale la tematica del confronto tra immigrati di prima e seconda generazione. Le protagoniste sono due sorelle di origine egiziana, ma nate e cresciute a Roma e la loro madre, nata al Cairo ma trasferitasi successivamente in Italia. Come commenta la stessa Ingy Mubiayi nel saggio ‘Uno sguardo al “contrario”: l’ironia come strategia letteraria’ (101), il racconto ricorda Lettre a ma fille qui veut porter le voile (2005, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo) di Leila Djitli perché una delle due sorelle, di punto in bianco, decide di abbracciare la religione musulmana e di rispettarne i codici rigidamente, mentre la madre, che teoricamente dovrebbe essere più legata ai precetti religiosi, non capisce la scelta della figlia e dimostra di essere più flessibile:

Dico, vabbè tutto, ma da qui a portare il velo e andare tutti i santi giorni a pregare in moschea ce ne passa. Abbiamo tentato di parlarle. Ma niente. Lei si trincera dietro a «sono musulmana, mi sottometto a Dio e al Suo Profeta, che la pace sia su di Lui». Oppure: «questo è quello che vuole Dio per me, perché tutto è scritto e le pene dell’inferno sono terribili per chi si oppone alla Sua volontà!», e ci guarda con occhi accusatori. A quel punto sia io che mia madre ci sentiamo un filino in colpa e non osiamo controbattere. (Mubiayi 111).

L’altra sorella, invece, ha deciso di inviare i documenti per partecipare ad un concorso per entrare nel corpo dei carabinieri ed è la voce narrante. Come la stessa autrice commenta nel suo saggio (101), quest’altro personaggio rappresenta l’estremo opposto, è più anonimo, più occidentale. Questa ragazza si è sentita spesso rifiutata a causa del colore della sua pelle e vuole sentirsi parte della società italiana entrando nelle forze dell’ordine:

Ora c’è il concorso per la polizia di Stato. Non sono tutti uguali i concorsi. Per esempio ce n’è stato uno per la Camera dei Deputati. Non me la sono proprio sentita. Mi faceva male al cuore mettere in imbarazzo tutta un’ala di onorevoli con la mia presenza: mentre loro inveiscono contro ogni tipo di contaminazione, io con il mio muso negro sarei stata una contraddizione in termini. Quindi ho lasciato perdere. Magari in polizia finisco gli esami e posso avanzare di grado. Avranno i gradi in polizia? Magari divento ispettore, poi commissario e via via su fino a questore. Dai, un questore donna, nera e musulmana a Roma! Sto impazzendo! (Mubiayi 116-117).

Questa ragazza decide di andare al commissariato per vedere se l’ambiente la aiuta a prendere una decisione sul suo futuro lavoro e qui incontra una donna disperata che dice di aver perso suo figlio. In seguito a quest’avvenimento, le due sorelle e la madre si metteranno alla ricerca del figlio di questa donna e si confronteranno con le periferie più povere e marginali di Roma, quartieri popolati da immigrati e comunità rom. Con uno stile ironico e allo stesso tempo onirico, Mubiayi descrive il loro viaggio in queste realtà abbandonate in un racconto che sembra stare a cavallo tra realtà e immaginazione, verità e sogno, tanto più che alla fine la protagonista si chiede se ha vissuto realmente o se si è immaginata ogni cosa (Mubiayi 138).

Come ricorda la stessa Mubiayi (‘Uno sguardo al “contrario”: l’ironia come strategia letteraria’ 98), caratteristica comune a ‘Concorso’ e ‘Documenti, prego’, è che le famiglie coinvolte in queste storie, sono al femminile, manca la figura paterna ed è evidente il sentimento di sofferenza che deriva da tale mancanza:

A dire il vero non so molto nemmeno di lui. Pare che fossero incompatibili, lui e mia madre, così, dopo un tentativo fatto di due figlie, ha deciso di ridarle la libertà, per non abusare della sua giovinezza e permetterle di crearsi una nuova vita, mentre lui avrebbe girato il mondo alla ricerca della sua strada. Sparendo dalla nostra vita per sempre. Generoso, no? (Mubiayi 116).

Mubiayi decide di rappresentare situazioni al femminile, nel caso di ‘Concorso’, o realtà difficili, di famiglie nelle quali manca la figura maschile e la madre si trova a dover badare ai figli da sola, in un paese straniero, caratterizzato da una burocrazia particolarmente difficile e ostile, così come accade in ‘Documenti, prego’:

Altri giorni c’era il giro delle chiese. Si trattava di andare in certe parrocchie, alcune lontanissime […] . Lì ci donarono vestiti, scarpe, quaderni, giocattoli per mio fratello, coperte, tende, piatti e cibo […] . A una certa ora però bisognava tornare a casa, e allora la dura realtà saltava fuori come una bestia a lungo rimasta in agguato. Avvicinandoci a casa dovevamo fare attenzione che non ci stessero ad aspettare davanti al portone (Mubiayi 103-104).

La tematica dell’identità a metà è presente nel breve racconto ‘Rimorso’, nel quale un giovane italiano legge una mail inviatagli dalla sua ragazza che ha deciso tempestivamente di tornare nella sua terra natale in Egitto. La giovane donna si chiede se vivere in una paese straniero sia stata la scelta più adeguata e afferma di sentirsi estranea in entrambi i contesti:

Ma, vedi, il dubbio di aver sbagliato, quel tarlo mi opprime, non mi dà tregua. Il dubbio di aver vissuto male, di aver sbagliato traiettoria, di essermi venduta l’anima in cambio della conformità, non riesco a sopprimerlo [...]. Mi ritrovo quindi straniera qui quanto lì. Dove sono finita? (Mubiayi 94).

La protagonista vive un senso di disorientamento e di inquietudine che la portano a domandarsi se ha preso la strada giusta, se tutto quello che sta vivendo ha un senso a tal punto da congedarsi dal suo ragazzo e da chiedergli di non aspettarla.

In ‘ La Famiglia’ la voce narrante è un italiano che racconta della sua relazione con una ragazza mulatta e di come inizialmente si sia avvicinato a lei spinto da una curiosità esotica. Il protagonista rispecchia l’immagine dell’italiano medio che ha delle idee piuttosto stereotipate circa le altre culture e che le riconduce a cliché etnici o folclorici riducendo complessità culturali a pietanze tipiche o rituali:

Finalmente avrei avuto il mio lasciapassare e sarei potuto entrare lì dentro, in uno di quei locali con degli energumeni neri vestiti delle loro tuniche colorate con i Ray-Ban calati sul naso, e tonnellate di oro dappertutto. Avevo una gran voglia di percorrere quel corridoio buio che ti porta ad una sala piena di fumo, con delle luci basse, che fanno intravedere divani di colori sgargianti tutto intorno al perimetro della sala […] Alle pareti infiniti poster e disegni tutti con un unico tema: l’Africa. L’Africa geografica, l’Africa etnica, l’Africa ecologica, l’Africa culinaria, e qualcun’altra che ora mi sfugge. (Mubiayi 111).

In questa storia Mubiayi racconta come un italiano si trovi a dover affrontare l’immagine esotica della fantasia, trasmessa dai media, e a fare i conti, successivamente, con le problematiche e le complessità che può apportare la realtà di una relazione mista. Il narratore ammette anche di essersi vergognato all’inizio e di non aver voluto presentare la sua ragazza alla famiglia piuttosto che agli amici.

Problematiche analoghe sono affrontate nella raccolta Amori bicolori, nella quale, come accennato precedentemente, è presente anche il racconto di Mubiayi ‘Nascita’. Questa storia narra della scelta di una donna di origini africane di incontrare il padre dopo anni che costui ha abbandonato lei e la madre. La protagonista decide quindi di prendere un volo per la Francia e di raggiungere il padre con la figlioletta di pochi mesi. Anche qui, come in ‘Concorso’ e in ‘Documenti, prego’, tornano la tematica della mancanza della figura paterna e le problematiche legate a coppie miste:

Spesso immagino di uscire dal mio corpo e di guardarci dall’esterno, con gli occhi di un passante. Quella suora seduta a leggere per esempio, o quel ragazzo in maniche di camicia e la valigetta portacumputer a tracolla. Una coppia con bambino. Marito e moglie e figlio. Famiglia. «Famiglia mista», suona strano, meglio «coppia mista con bambino». Lei scura, lui chiaro, e il bambino il giusto compromesso. […] Chissà se funziona, si chiederanno. Chissà se funziona, me lo chiedo anch’io ora. Io nera, lui bianco. Famiglie di origine distanti anni luce. Si guardano da lontano, chiusi nei propri pregiudizi. […] Le differenze ci sono e non basta l’istruzione o il denaro a colmarle. (Mubiayi 71-72).

Mubiayi decide di non rivelare nulla sull’incontro tra padre e figlia, non è nemmeno chiaro se l’incontro effettivamente avvenga a simboleggiare, forse, una chiusura con il passato e uno sguardo positivo teso verso il presente e il futuro.

La stessa tematica di ‘Nascita’ è presente anche nella breve storia ‘L’incontro’, ma qui il narratore è il marito che racconta appunto il ritrovo della moglie con il padre che l’ha abbandonata e la sua famiglia. La prospettiva è completamente capovolta perchè il protagonista, un uomo bianco, si trova probabilmente per la prima volta solo in mezzo a persone nere e di un’altra cultura e riflette dunque sulla condizione e sulle problematiche della moglie che si trova ogni giorno a vivere in una cultura a lei estranea:

Chissà cosa penseranno a vedermi qui. Lei balla insieme agli altri. Mi fa segno di andare in pista, ma poi lascia perdere. Io mi giro e rigiro sulla poltroncina. Non so come comportarmi. Poi mi viene in mente lei seduta sul divano di mia nonna, al paese, con la schiena rigida, la gamba che balla 

Camilotti, Silvia. Una e plurima: riflessioni intorno alle nuove espressioni delle donne nella letteratura italiana. Tesi di dottorato. Alma Mater Studiorum. Università di Bologna, 2008.

Djitli, Leila. Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Casale Monferrato: Piemme, 2005.

Mubiayi, Ingy. ‘Documenti, prego’. 2004. Pecore nere. (A cura di) Flavia Capitani e Emanuele Coen. Roma-Bari: Editori Laterza, 2005. 97-107.

Mubiayi, Ingy. ‘Concorso’. Pecore nere. (A cura di) Flavia Capitani e Emanuele Coen. Roma-Bari: Editori Laterza, 2005. 109-138.

Mubiayi, Ingy. ‘Fiori e scarafaggi’. Nuovi argomenti 29 (2005): 108-115.

Mubiayi, Ingy. ‘La famiglia’. Italiani per vocazione. (A cura di) Igiaba Scego. Fiesole: Cadmo, 2005. 105-117.

Mubiayi, Ingy. ‘Rimorso’. Allattati dalla lupa. (A cura di) Armando Gnisci. Roma: Sinnos, 2005. 91-96.

Mubiayi, Ingy. ‘L’incontro’. El Ghibli  8  (2005): np.

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_02_08-section_1-index_pos_3.html

Mubiayi, Ingy. ‘Nascita’. Amori bicolori. (A cura di) Flavia Capitani e Emanuele Coen. Roma: Editori Laterza, 2008. 67-97.

Mubiayi, Ingy. ‘Uno sguardo al “contrario”: l’ironia come strategia letteraria’. Lingue e letterature in movimento: scrittrici emergenti nel panorama letterario contemporaneo. (A cura di) Silvia Camilotti. Bologna: Bononia University Press, 2008. 89-105.

Scego, Igiaba, e Ingy Mubiayi, (a cura di) Quando nasci è una roulette, giovani figli di migranti si raccontano. Milano: Terre di mezzo, 2007.

Ismaila Sané

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Johannes Anyuru

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John La Rose

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Kaha Mohamed Aden

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Menard Mponda

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Michael Abbensetts

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Nassera Chohra

Nassera Chohra (Marsiglia, Francia, 1963)

Nassera Chohra, nata nel 1963 a Marsiglia da famiglia di origine saharawi, risiede oggi in Italia a Roma, dove si è sposata con un italiano, dal quale ha avuto due figli. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza in un quartiere periferico e marginale di Marsiglia. Studia in Francia e lavora come attrice in ambito televisivo a Parigi. In seguito ad  un viaggio turistico in Italia, dal 1990 decide di rimanervi (Camilotti np).

Nassera Chohra appartiene a quella che è stata definita la prima ondata degli scrittori migranti italiani perché il suo testo autobiografico, Volevo diventare bianca, pubblicato nel 1993 (Roma: Edizioni e/o, 1993), tratta principalmente della sua esperienza migratoria in Italia ed è stato scritto a quattro mani, con la collaborazione della giornalista Alessandra Atti di Sarro. Alcune informazioni sulla loro cooperazione si possono ricavare da un’intervista rilasciata da Nassera Chora a Graziella Parati, di cui la stessa Parati parla nel saggio ‘Looking through non Western Eyes. Immigrant Women’s Autobiographical Narratives in Italian’ (Parati 122-123). Secondo Parati l’unica esperienza di collaborazione problematica da parte dello scrittore e del curatore all’interno della letteratura migrante italiana sarebbe quella tra Atti di Sarro e Chohra. Quest’ultima ha lamentato una certa invadenza da parte della curatrice, la quale ha cambiato lo stile e alcune modalità di scrittura, mentre la scrittrice franco algerina avrebbe preferito solamente un intervento di correzione grammaticale. Nassera Chohra ha scritto anche un breve racconto: ‘La signora del deserto’  pubblicato  nel 1995 in Studi d’italianistica nell’Africa australe (Pretoria: A.P.I., 1995).

Questa storia è suddivisa in due parti: rispettivamente ‘La signora del deserto’ e ‘La maga Mochina’. A cavallo tra fantasia e realtà, Nassera Chohra descrive alcuni episodi della sua infanzia in Francia e nel Sahara. Nella prima parte la piccola Naci racconta dell’inverno nella periferia di Marsiglia trascorso a cacciare lumache da rivendere ad alcune persone del quartiere. Sebbene questo racconto assuma dei toni fiabeschi, in alcuni dettagli si possono rintracciare elementi che denotano la povertà e lo squallore delle slums francesi:

 

Sulla mia montagna esistevano due specie: una rotonda ben disegnata, un po’ difficile da trovare, e l’altra grossa e piatta che si trova in abbondanza appoggiata su qualsiasi rifiuto soprattutto sopra la cacca (Chohra 24).

 

Anche gli abitanti del quartiere con i quali la piccola Naci entra in contatto sono dei personaggi dai caratteri fiabeschi ma allo stesso tempo rappresentanti della realtà marginale in cui vivono. Questi ultimi vengono trasfigurati dalla fantasia di bambina di Chohra, come la vicina di casa, che sembra una strega:

 

Non si rassegnò mai, al punto da coprire con carta stagnola i suoi denti davanti, rovinati, lasciando scoperti i canini che erano sani. La chiamavamo “dracula” perché come lui procedeva soltanto di sera: spargeva nel cortile dello spirito e gli dava fuoco per fare sparire le formiche (Chohra 25).

 

Nella seconda parte intitolata ‘La maga Mochina’, Nassera narra dell’estate trascorsa nel villaggio della sua famiglia a contatto con la comunità saharawi e dell’incontro con un’anziana signora la quale le racconta delle capacità veggenti della sua nonna. Fantasia e realtà si fondono in un racconto accattivante nel quale si mescolano credenze popolari, visioni puerili e ricordi d’infanzia.

In Volevo diventare bianca Nassera Chohra descrive la sua vita a partire dall’infanzia e dall’adolescenza trascorse a Marsiglia, con un breve accenno alla sua permanenza a Parigi, alla ricerca di un lavoro come attrice,  fino al suo fortunato approdo in Italia. Tale opera può in un qualche modo essere considerata un Bildungsroman. Se infatti Nassera in un primo momento rifiuta il proprio corpo e ripudia quindi la sua diversità costituita dal colore della pelle nera, alla fine ne realizza la positività e la ricchezza (Ponzanesi 262).

Centrale in questo testo, come si può ben intuire dal titolo dell’opera stessa, è il tema del corpo, la sua non accettazione e il confronto con il razzismo francese. Nassera, fin da bambina, sperimenta la diversità del suo corpo a contatto con una amica di giochi francese che le fa notare la sua diversità:

 

Non è che fossi invidiosa, ma io non ho mai avuto una bambola. Nemmeno una brutta, piccola o rotta. Mi ricordo che un giorno le chiesi di regalarmi una di quelle che non usava più. Era una bambola vecchia, rotta e sporca, ma lei con una smorfia rispose: «No. Perché tu sei negra» (Chohra 10-11).

 

Questa scoperta segna in maniera indelebile l’esistenza della protagonista tanto che questo sentimento di inadeguatezza l’accompagnerà per tutta la vita e la porterà a confrontarsi e a fare i conti con la presenza di un corpo che è forte e che limita e impedisce la possibilità per Nassera di sentirsi integrata nella società. Il corpo determina i suoi stati d’animo e il modo di relazionarsi con gli altri:

 

Anche quando passai in prima media, in classe ero l’unica ragazzina di colore. E questo sentirmi diversa dagli altri mi faceva essere permalosa e aggressiva…(Chohra 71).

 

Il sentimento di rifiuto è talmente forte che la piccola Nassera si vergogna della madre, spera che quest’ultima non la vada più a prendere fuori da scuola e si augura che i suoi compagni la scambino per la tata:

 

Le passai vicino senza neppure alzare lo sguardo e mi misi a camminare molto avanti a lei, con le mani in tasca, senza dirle neanche ciao. Speravo che così chi ci avesse viste avrebbe pensato che quella era la mia governante (Chohra 13).

 

Interessante e divertente è l’episodio nel quale Nassera ci racconta di quando, da bambina, avrebbe voluto usare la candeggina per schiarire il colore della sua pelle:

 

Mi tormentai a lungo, finché mi sembrò d’aver trovato finalmente un rimedio infallibile. L’avevo visto usare tante volte e funzionava sempre. La candeggina: rendeva bianchi i pantaloni dei miei fratelli, figuriamoci se non avrebbe schiarito anche me! (Chohra 14).

 

Questo episodio sottolinea il sentimento di inadeguatezza della scrittrice algerina, il suo sentire la pelle nera come una malattia che, nella sua ingenuità di bambina, ha pensato potesse essere sanata con la candeggina, ed è inoltre testimonianza della tipologia stilistica di questo scritto, marcato spesso da autoironia, amarezza e senso dell’umorismo.

Il sentimento di inadeguatezza, così presente in età infantile, non diminuisce nemmeno da adulta,  anzi si consolida:

 

Capii in fretta e controvoglia che essere adulta, immigrata e persino con la pelle nera, non era decisamente un vantaggio in un paese di bianchi (Chohra 80).

 

Il corpo non è solamente il punto di partenza per la descrizione del razzismo e dei soprusi che è costretta a subire in Francia, ma è anche luogo di violenza subita e di discriminazione tra i sessi. Come nota Laura Menin ‘il suo corpo cessa di essere casa’ (73). Nassera ricorda a partire dal corpo che diventa quindi il mezzo per denunciare non solo il razzismo ma anche le discriminazioni e le violenze. Esso è spesso oggetto di maltrattamenti che emergono in tutto il testo. La madre, figura alquanto autoritaria, che in questo testo personifica l’uomo maschilista, le infligge delle punizioni corporali che spesso coinvolgono anche la sfera della sua sessualità, come se indirettamente dovesse punire anche l’essere donna (Parati 128):

 

«Sdraiati per terra, senza mutande e con le gambe aperte!» urlò mia madre stringendo in mano un peperoncino verde spaccato nel mezzo. Conoscevo quel castigo; cercai di fuggire, ma i miei fratelli mi immobilizzarono. Tutta nuda e con le gambe aperte sembravo un pollo da condire prima di metterlo al forno. Il peperoncino, strofinato ripetutamente sul mio sesso, bruciava da morire (Chohra 23).

 

Il fatto che Nassera parli di questo atteggiamento della madre, della sua ossessione per la verginità, della volontà di separare la figlia dai maschi, ma anche di opporsi alla decisione di Nassera di diventare attrice perché è un lavoro, secondo lei, da prostitute, sottintende la volontà dell’autrice di denunciare un corpo che viene sempre monopolizzato da imposizioni culturali e sociali e la necessità di elaborare nuovi parametri per un’autonomia del corpo femminile e della propria sessualità. L’esile corpo di Nassera diventa ad un certo punto anche luogo di sfogo da parte del fratello maggiore che, essendo appena stato lasciato dalla ragazza, picchia la sorella. Il capitolo nel quale Nassera ci parla di ciò si intitola Centoventi chili, quasi a sottolineare anche una gerarchia tra corpi e una violenza tra di essi. Nassera spiega:

 

Gli bastava vedermi parlare in strada con un ragazzo per riempirmi di pugni al mio rientro a casa […]. E ogni giorno le botte erano più forti. Ormai i lividi sul mio corpo non si contavano più (Chohra 86).

 

Come si può ben notare da queste citazioni, il ricordare di Nassera e quindi la sua autobiografia sono  materiali e corporee, sessuate. Il corpo fornisce, inoltre, lo spunto per riflettere sulle differenze culturali; Nassera narra anche di un viaggio in Algeria con la famiglia e il soggiorno presso la comunità saharawi in visita ai parenti della madre. Nassera narra della circoncisione maschile e del battesimo saharawi femminile che consiste nel tagliare leggermente la gamba della bambina all’altezza del ginocchio al fine di proteggerla da molestie. Come nota Parati (129), l’atteggiamento della piccola Naci è piuttosto occidentale nei confronti della cultura dei suoi genitori e rifiuta le tradizioni locali:

 

Non potevano darmi una normale bottiglia con il tappo? Me lo chiesi per tutta la serata, ma il mio capriccio non venne assecondato e dopo un po’ dovetti arrendermi. Il fatto era che l’oasi più vicina si trovava a quattro chilometri dal villaggio e quindi c’era poco da fare gli schizzinosi (Chohra 33).

 

Allo stesso tempo però il suo atteggiamento è ambivalente, tra modernità e tradizione, simbolo di mestissage culturale e della complessità identitaria di chi vive e ha vissuto a cavallo tra due o più culture, è insomma, utilizzando la terminologia di Rosi Braidotti, nomade. Riflette Nassera, circa la pratica del battesimo saharawi:

 

Per anni, in seguito, amici e conoscenti mi hanno chiesto invano il significato di questi strani segni sul ginocchio. È stato il mio piccolo segreto per molto tempo. Non è che ci credessi completamente, ma in alcune occasioni mi sono scoperta a pensare che il mio tatuaggio avesse fatto il suo dovere (Chohra 44).

 

Un’altra tematica centrale in questo testo, e comune a molte produzioni delle scrittrici migranti, è quella del cibo come metafora culturale. Uno degli episodi più originali legati al cibo è quello raccontato da Naci sulla sua partecipazione ad un pranzo per celebrare la festa della comunione di un’amica francese. La bambina, nella sua ingenuità vuole diventare a tutti i costi cattolica, non perché spinta da una salda convinzione religiosa, ma per integrarsi meglio con gli altri e per poter fare anche lei il rito della comunione al fine di ricevere molti regali. Decide di mangiare il maiale proprio per “convertirsi” in una vera e propria francese cattolica:

 

Il salame aveva un sapore salato e il vino aveva un po’ il gusto dell’aceto rosso al quale era stato aggiunto dello zucchero. Li avevo ingurgitati in un istante, senza quasi masticare. Ripetei quel gesto più volte, come fossi una ladra. Ogni boccone era sempre più grande e ogni sorso di vino sempre più abbondante, finché ritenni che potesse bastare. A quel punto dovevo per forza essere diventata cattolica (Chohra 67).

 

Dopo tutte queste esperienze di rifiuto e diffidenza nei confronti della propria cultura, Nassera, come accennato precedentemente, attuerà una scelta completamente diversa, e per usare il termine coniato da Gloria Anzaldúa, mestiza: l’iniziale scetticismo e la non accettazione nei confronti della propria pelle e cultura lasceranno il posto a ad un atteggiamento di positività verso la ricchezza e il mestissage culturale:

 

Ma il fatto era che io ero cresciuta metà araba e metà francese e per quanto mia madre si ostinasse a volermi educare come una ragazza musulmana, facendo i conti di quanto potesse fruttare il mio titolo di studio il giorno che avessi trovato marito, io vivevo ormai in un mondo tutto mio che era un miscuglio di tradizioni algerine e sogni europei (Chohra 133).

 

L’identità monoculturale e rigida vengono sostituite da un’identità fluida, pluristratificata e complessa che ci invita ad abbandonare clichè e modalità di pensiero monodirezionali.

Come nota anche Comberiati (np), sebbene questo scritto autobiografico venga spesso definito come un testo della prima ondata migrante, è possibile di certo affermare che sia molto più complesso e che abbracci delle tematiche che vanno al di là della sola esperienza migratoria. Il tema del corpo, la necessità di riappropriarsene e di rivendicare l’agency femminile, la problematica identitaria e culturale, il razzismo e l’amarezza scaturita dal sentimento di inadeguatezza sono concetti assai articolati che la scrittrice algerina è riuscita a sviluppare con uno stile autoironico, spiritoso e divertente.

Camilotti, Silvia. ‘Nassera Chohra: La scrittura di una donna tra romanzo e vita’. Voci dal silenzio: np. http://digilander.libero.it/vocidalsilenzio/silviatesi.htm.

Chohra, Nassera. Volevo diventare bianca. Roma: Edizioni e/o, 1993.

Chohra, Nassera. ‘La signora del deserto’. Studi d’italianistica nell’Africa australe. Italian Studies in Southern Africa 2 (1995): 23-29.

Chohra, Nassera. ‘The Woman of the Desert’. Trad. Marie Orton. (A cura di) Graziella Parati. Mediterranean Crossroads. Migration Literature in Italy. United States of America: Associated University Press, 1999. 165-169.

Comberiati, Daniele. ‘Le molte voci del’ soggetto nomade’. Le reti di Dedalus (2007): np. http://www.retididedalus.it/Archivi/2007/marzo/LETTERATURE_MONDO/Letteratura_migrante.htm.

Menin, Laura. ‘Immaginando la «casa». Luoghi di dislocamento e di desiderio negli scritti di tre giovani donne arabo-musulmane’. Scritture migranti. Rivista di scambi interculturali 3 (2009): 67-92.

Parati, Graziella. ‘Looking through non Western Eyes. Immigrant Women’s Autobiographical Narratives  in Italian’. Writing New Identities. Gender, Nation, and Immigration in Contemporary Europe. (A cura di) Gisela Brinker-Gabler e Sidonie Smith. Minneapolis, London: University of Minnesota Press, 1997. 118-142.

Parati, Graziella (a cura di). Mediterranean Crossroads. Migration Literature in Italy. United States of America: Associated University Press, 1999.

Ponzanesi, Sandra. ‘Resisting Representation. Nassera Chohra, Volevo diventare bianca’. Paradoxes of Post- colonial Culture. Feminism and Diaspora in South-Asian and Afro-Italian Women’s Narratives. Utrecht: Universiteit van Utrecht, 1999. 241-267.

Patience Agbabi

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Philomena Essed

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Randa Ghazy

Randa Ghazy è una scrittrice italiana, nata nel 1986 a Saronno da genitori egiziani emigrati in Italia. Nel 2002, giovanissima, ha pubblicato il suo primo libro, il romanzo breve Sognando Palestina, che ottiene un successo internazionale e viene tradotto in diverse lingue. Di seguito Ghazy ha pubblicato altri due romanzi: Prova a sanguinare. Quattro ragazzi, un treno, la vita (2005) e Forse oggi non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista (2007, tradotto in spagnolo). Un suo racconto, «Lettere volanti», è stato compreso nella raccolta Il carro di Pickipò (2006). Si è laureata in Relazioni Internazionali all’Univeristà di Milano, dove ora è iscritta al Master in Scienze Politiche ed Economiche. Ha scritto articoli sulla condizione dei migranti in Italia per L’Espresso http://espresso.repubblica.it/dettaglio/le-vite-negate-dei-lavoratori-clandestini/1455908, Panorama http://blog.panorama.it/italia/2009/07/10/la-scrittrice-randa-ghazy-troppi-episodi-di-razzismo-in-italia e Internazionale http://www.internazionale.it/search/?q=ghazy, e fa parte della redazione di Yalla Italia, rivista dedicata ai migranti di seconda generazione in Italia http://www.vita.it/pages/ricerca?cx=003337312052607024525%3Apkrasi_sil8&cof=FORID%3A11&ie=UTF-8&q=ghazy&sa=Cerca#936.

La sua fama è principalmente dovuta alle polemiche sollevate dal suo esordio letterario, Sognando Palestina: uscito senza troppo clamore in Italia, è divenuto presto un best-seller in Francia, provocando forti proteste da associazioni ebraiche che ne hanno chiesto la messa al bando. (http://www.nytimes.com/2002/12/12/world/jewish-groups-want-a-teenager-s-novel-withdrawn-in-france.html). Il libro, a loro dire, era colpevole di incitare la violenza e l’odio attraverso le sue aspre invettive contro i soldati israeliani e la sua risoluta simpatia per la causa palestinese e perfino, secondo le critiche, per gli attentati suicidi.

Eppure il romanzo scritto da Ghazy su un tema così delicato come la Palestina ha avuto in realtà una genesi evidentemente occasionale http://www.arabafenicenet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=745&Itemid=207, in quanto l’autrice non sapeva molto della Palestina quando nel 200, alla televisione, vide il filmato di un ragazzino palestinese, Muhammad al-Durrah, ucciso dagli spari dei soldati israeliani, mentre suo padre tentata invano di fargli da scudo (anche la verità di queste riprese sarebbe stata poi oggetto di polemiche). In precedenza Ghazy non aveva fatto esperienza della Palestina, direttamente o indirettamente, eppure si sentì spinta a prendere una posizione e a scrivere un racconto non appena comprese che, nelle sue parole, la Palestina è una «questione ereditaria» per l’intero mondo arabo, «trasmessa di padre in figlio». Di seguito Ghazy inviò il racconto a un concorso letterario, colpendo una giurata la quale, in quanto editor della casa editrice Fabbri, le chiese di sviluppare il testo in un romanzo. Ghazy prese molto seriamente l’impegno, tentando di compensare la mancanza di una reale conoscenza del soggetto con emozioni intense e una retorica sopra le righe.

Il romanzo racconta la storia di un gruppo di amici palestinesi, che vivono una vita di miseria e disperazione nella Striscia di Gaza. Tutti loro hanno perso parte delle loro famiglie e per questo cercano di ricostruirne una nuova attraverso l’amicizia, il loro unico vero sostegno durante la battaglia dell’Intifada. Ibrahim, Nedal, Ramy, Mohammad, Ahmed, Gihad, Riham, e Uilad sono infatti tutti alle prese con il passaggio dall’infanzia all’età adulta, che diviene più che mai difficile nel contesto del conflitto israeliano-palestinese. Alla fine la speranza è cancellata quasi del tutto, in quanto i protagonisti muoiono, restano mutilati, vanno in esilio o impazziscono.

Nonostante le veemenza dell’autrice, il libro presenta difetti sotto diversi punti di vista. La prosa di Ghazy, giocata sempre su toni alti e su cadenze che ricercano la poesia, si rovescia spesso in uno stile piatto e standardizzato, sovraccarico di cliché linguistici e tematici i quali non riescono a bilanciare la povertà di una sostanziale varietà. Inoltre l’assenza di un reale riferimento alla Palestina fa assomigliare l’ambientazione del romanzo a un improvvisato sfondo drammatico per un altrimenti ordinario racconto sull’adolescenza e i suoi sentimenti tipici, per quanto intensificati possano essere dalla guerra.

In ogni caso il romanzo dovrebbe essere valutato anche in base al suo statuto originario, ovvero un libro per ragazzi pubblicato in una collana per giovani lettori italiani, con i quali Ghazy condivideva non solo l’età ma anche un quadro culturale d’insieme fortemente basato sui media e la cultura pop.

Per esempio il titolo italiano Sognando Palestina echeggia «Sognando la California», la versione italiana della famosa canzone «California Dreamin’»; presentando il libro Ghazy stessa ha dichiarato di aver cominciato a scrivere all’impronta, ascoltando musica pop per aiutarsi a fissare un ritmo http://www.youtube.com/watch?v=9T95ajHlFM4. Perciò, oltre al fragile valore letterario del libro e alle accuse che ha ricevuto, la sua vera novità ha a che fare con lo status dell’autrice in quanto migrante di seconda generazione e di origini arabe in un paese non-arabo. La Palestina infatti è quel che consente a Ghazy di negoziare la sua identità italo-egiziana e ri-nativizzarsi all’interno di una rappresentazione ideologica ed emozionale non-nativa. È per questo che sminuire il romanzo per la sua non-autenticità http://www.nytimes.com/2002/12/28/international/middleeast/28FPRO.html?pagewanted=allnon coglie il punto essenziale che, nelle parole del critico Bruce Robbins http://www.logosjournal.com/robbins.htm,, sta nel fatto che Ghazy ha saputo dimostrare la sua «capacità di trattare un terreno estraneo come se fosse il suo terreno nativo», attraverso i mezzi di fortuna a sua disposizione,

Nei suoi romanzi seguenti Ghazy ha fatto emergere questa sua identità composita, passando dalla assertività di Sognando Palestina, tutta diretta verso all’esterno, a un’auto-interrogazione volta verso l’interno, alla sua condizione di cittadina occidentale dalle origini non-occidentali. Di conseguenza i punti di vista si moltiplicano, come è già evidente nel suo secondo libro, Prova a sanguinare, che segue i pensieri di quattro ragazzi in viaggio sullo stesso treno da Milano a Roma. Si tratta di Hayat, un’italo-egiziana, Ruth, un’israeliana, Daniel, un americano, e Ishi, un nativo americano.

Ghazy ha strutturato la combinazione dei sui personaggi in un modo esemplificativo e didascalico il quale da una parte sembra troppo semplificativo, ma dall’altra si mostra efficace nel dare vita a un’interazione di differenze culturali e individuali. Al principio ogni personaggio prova curiosità ma anche un senso di non-coinvolgimento e perfino di ostilità per i comportamenti, le origini e le opinioni degli altri; a poco a poco, comunque, essi si aprono alle diversità degli altri e divengono consapevoli di se stessi. Per esempio l’iniziale scontro silenzioso tra l’israeliana Ruth e l’italo-araba Hayat alla fine si rovescia in una solidarietà appassionata che ha che fare sia con le loro conflittuali eredità storiche sia con i loro problemi adolescenziali. Lo stile di Ghazy, coerentemente, è meno forzato che nel romanzo precedente, ed è segnato da un registro differente per ogni voce: quello di Hayat è emotivo ma controllato, quello di Ruth è acceso e talvolta scomposto, quello di Daniel è agitato e incerto, quello di Ishi è estremamente laconico e conciso. [link al testo] Il libro si può dunque leggere come una parabola sul bisogno di esporre il proprio io individuale e collettivo all’alterità del mondo, così che la vita posa fluire liberamente anche se dolorosamente, come indicato dal titolo stesso. “Prova a sanguinare”, ovvero a esporre il proprio io nella sua nudità, è infatti il consiglio di Ghazy per tutti quelli che cercano la loro identità in mezzo alle enormi ingiustizie e contraddizioni delle odierne società occidentali.

Destinato a un pubblico di adolescenti come i due precedenti, il terzo romanzo di Ghazy, Oggi forse non ammazzo nessuno, è ancora invischiato in cliché culturali, ma con l’intenzione di aprirsi un varco attraverso di essi per mezzo dell’ironia e dell’auto-riflessione, come il titolo stesso segnala. Lasciando da parte identità a lei non familiari (come nativi americani, americani, israeliani, palestinesi) e focalizzandosi su se stessa in un tono leggero e agrodolce, molto lontano dall’umore rabbioso di Sognando Palestina, Ghazy ha finalmente sviluppato la sua capacità di analizzare e descrivere le contraddizioni della sua propria condizione di ragazza musulmana nell’Italia post-11 settembre. E in particolare ha sollevato la questione del genere, in quanto la protagonista, Jasmine, è in lotta contro una serie di stereotipi consolidato imposti su di lei sia da musulmani che da non-musulmani. Ad esempio si innamora di un ragazzo italiano ma lo respinge non appena egli le riversa addosso i più banali cliché negativi sugli arabi; ma al tempo stesso Jasmine rifiuta anche un corteggiatore musulmano, che dietro alle spalle della ragazza manovra per prendere accordi con la sua famiglia. Eppure Jasmine deve venire a patti anche con modelli femminil musulmani, da un’amica che diventa una moglie apparentemente sottomessa alla sua stessa madre che è fiera di indossare l’hijab nonostante tutte le critiche di stampo occidentale. Alla fine Jasmine non si conforma a nessuno di queste figure, ma con il tempo comprende come, per quanto fisso possa sembrare, ogni modello femminile è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Per questo l’atteggiamento di Jasmine, e di Ghazy, inclina verso una posizione ironica e relativista: pone domande sull’identità multiculturale di una giovane italo-egiziana, soppesa molte soluzioni possibili e tenta di raggiungere un equilibrio tra gli opposti, ma non può concludere con nessuna soluzione diretta. I critici hanno notato questa finezza nel maneggiare questioni culturali delicate, ed è per questo che i loro pareri su Oggi forse non ammazzo nessuno sono stati generalmente favorevoli http://www.nytimes.com/2007/05/28/arts/28iht-povoledo.1.5897085.html http://www.disp.let.uniroma1.it/kuma/critica/kuma16pettinato.pdf.

Un’altra caratteristica del libro degna di nota è la polemica con Oriana Fallaci, la nota giornalista che subito dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 invocò una nuova crociata contro l’Islam e i musulmani, sostenendo tesi basate su triti assunti razzisti e un linguaggio di estrema violenza (a partire dal suo libro del 2001, La rabbia e l’orgoglio). Ghazy, ammiratrice della scrittura giornalistica pre-2001 di Fallaci, ha dichiarato di essersi sentita offesa e delusa nel leggerne gli influenti scritti islamofobici, e di avere pensato al libro come una risposta ad essi.

In questo modo Ghazy ha fatto il suo ingresso nel vasto dibattito italiano ed europeo sul multiculturalismo, ponendosi come portavoce dei giovani italiani di origini arabe e musulmane. A dispetto della sua ancora giovane età e della sua relativamente esigua competenza, ha già ottenuto una propria reputazione come commentatrice sui temi dei paesi arabi e delle condizioni dei migranti in Italia. Nel 2009 Ghazy ha portato all’attenzione di un vasto pubblico un drammatico evento privato, al fine di denunciare il diffondersi di odio e risentimento contro i migranti: un’intera famiglia italiana ha aggredito e picchiato suo padre (egli stesso cittadino italiano) a causa di una futile lite per un parcheggio, indirizzandogli pesanti insulti razzisti (vedi la cronaca del fatto e la video-testimonianza di Ghazy sul sito web del Corriere della sera http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_giugno_25/limbiate_pestaggio_razziale_padre_scrittrice_randa_ghazy-1601502815168.shtml).

Circa un decennio dopo il suo debutto così inesperto e controverso, Randa Ghazy sembra avere ridefinito la sua posizione di scrittrice italo-egiziana in una maniera più consapevole, affermandosi come un esempio di quei migranti di seconda generazione che stanno divenendo parte integrante della vita sociale, politica e culturale dell’Italia di oggi.  

Traduzioni inglesi

  • Dreaming of Palestine: A Novel of Friendship, Love and War, Cairo: The American University in Cairo Press, 2003.

Da Prova a sanguinare. Quattro ragazzi, un treno, la vita, Milano: Fabbri, 2005, pp. 27-29; 133-134.

Ruth

Alle guerre

Alle guerre che impestano il mondo, diffondono il loro fetore e incrostano i volti dei bambini di polvere, quella delle macerie che schiacciano i corpi, e di sangue, quello che manifesta il nostro vivere pulsante, viscerale, che dilagano come un virus cancerogeno e distruggono partendo dall’interno ed espandendosi concentricamente fino a infestare l’intero pianeta.

All’odio intenso e oscuro che si radica nell’ignoranza, sposa i pregiudizi, si avvale del passato pescando antichi rancori e, attualizzandoli con ferocia, sputa in faccia ai deboli e ribolle di disprezzo, contagia i vigliacchi e i senza causa, coloro che vendono l’anima al bel vivere, non conosce confini ma sa costruire barriere, e aspro, forte, ti sputa in faccia.

All’ipocrisia delle donne e degli uomini che chiudono gli occhi, fingono cecità, parassiti incoscienti, con occhi di larva che succhiano linfa fino a non rendersi più nemmeno conto di essere satolli, intorno l’olezzo dei loro misfatti celati, la vigliaccheria e le menzogne.

All’amore disperato e ansante, che ribolle d’angoscia, delle madri assassine e dei figli suicidi, dei ricchi del nostro tempo e dei rappresentanti politici, gli uni per il denaro gli altri per il potere, febbricitante, mai abbastanza.

A questa società che pretende di rivendicare una paternità su di me, ma che mi fa schifo e non mi trasmette nulla. Dove l’ostilità è il sentimento più naturale che muove la vita degli uomini.

Guardati intorno, vedrai gente che si odia, gente che si urla addosso e non si ascolta, che combatte e che si contende anche le briciole di pane.

Vedrai l’anima della guerra che si aggira dappertutto.

Fioca a volte, fino a impazzare mostrandosi intera altre volte. E terribile.

A queste persone che conosci da cinque minuti ma che già sai di odiare.

A tutto questo, a tutti questi, sto pensando.

***

 

Hayat

Tutto questo

 

Tutto questo – per intenderci, il modo di parlare di Ruth, il suo modo di mettersi in relazione con me, gli sguardi strani e intensi di Daniel, l’odio di Ishi per qualunque cosa accada – tutta questa situazione è ridicola per almeno un migliaio di motivi: uno, non conosco nessuno di questi tre; due, non li voglio nemmeno conoscere; tre, sono già timida e ho una naturale ritrosia ad espormi davanti ad estranei: perché mai dovrei farlo con questi? E poi un sacco di altre ragioni.

Rimango in silenzio per molti minuti. È curioso come un viaggio in treno possa farti riflettere su cose a cui neanche la vita ti ha mai portato a pensare.

Ruth, Ruth… sei un enigma per me. E come tutti gli enigmi mi intrighi, perché voglio risolverti. Ma non c’è soluzione alle persone. È questo il punto.

E Daniel? Vorrei imparare ad affrontare le persone come lui, a intrigarle. Colpirlo con quello che ho da dare.

Ishi invece mi sfugge, so che mi piace ma non capisco che tipo è.

Sembra strano che io sia qui su questo treno da così poco tempo e che sia così attratta da loro… come se ci fosse una sottile tensione sospesa che ci lega e ci rende tutti simili.

Qualcosa di impercettibile che mi stuzzica ad andare avanti e a non cambiare scompartimento e basta.

Forse è la sfida. Questi tre mi lanciano una sfida. Be’, la accetto.

Ribka Sibhatu

‘Anni addietro, quando avevo ormai perduto ogni speranza di poter vivere in pace nella mia terra natale, sognavo l’Europa.’ (Sibhatu Il cittadino:9)

Ribka Sibhatu, tra Eritrea e Italia.

Contributor: Chiara Giuliani

Ribka Sibhatu è nata ad Asmara, Eritrea, il 18 settembre 1962.[i] Nel 1979 è costretta a passare un anno in prigione, accusata ingiustamente di andare contro l’ideologia marxista e di conseguenza contro il governo dell’epoca; in realtà aveva rifiutato la proposta di matrimonio di un politico etiope. L’esperienza vissuta in carcere segna profondamente la sua vita:

Durante le lunghe giornate della mia prigionia mi sembrava che la morte si avvicinasse di più. Ogni sera regnava il terrore. A noi che eravamo considerate prigioniere politiche, ogni porta che sbatteva, ogni rumore di manette e i passi pesanti ci terrorizzavano. […] La sera entravano con le manette e la lista delle persone da fucilare. Non sapendo a chi toccava, ogni rumore faceva palpitare il nostro cuore. […] Sono passati dodici anni da quando sono uscita dalla prigione, ma le ragazze uccise e impazzite quando stavo lì vivono in me! Mi hanno svegliata spesso nel mio sonno profondo.[…] E io nel buio e nel silenzio piango spesso. (Sibhatu, Aulò: 38)

Nel 1980 lascia l’Eritrea per stabilirsi ad Addis Abeba. In Etiopia, grazie all’aiuto di una sua ex-professoressa, riesce a terminare gli studi superiori e a diplomarsi presso l’Istituto Tecnico Galileo Galilei. In quegli anni conosce anche il suo futuro marito, francese, con il quale nel 1986 si trasferisce in Francia, ma il matrimonio entra in crisi e finisce. Ribka Sibhatu decide così di trasferirsi in Italia il suo ‘secondo paese d’adozione’ dove, con le parole della scrittrice: ‘Malgrado i vari problemi che un immigrato è costretto ad affrontare, la mia Roma mi abbracciò’. (Sibhatu Auló:8)

A Roma, continua i suoi studi in lingue e letterature straniere all’Università «La Sapienza». Nel frattempo, nel 1993, pubblica per la casa editrice Sinnos nella collana I Mappamondi, il suo primo lavoro Aulò. Canto – poesia dall’Eritrea. Qualche anno prima, infatti, in un’intervista rilasciata ad Alessandro Portelli e ad Antonietta Saracino, Ribka Sibhatu aveva confessato che il suo sogno era fare la scrittrice, ma che allo stesso tempo aveva la consapevolezza di quanto fosse difficile trovare una casa editrice disposta a pubblicare il suo lavoro (Portelli np). La Sinnos invece, proprio in quegli anni stava lanciando una collana per ragazzi chiamata I mappamondi; come la descrive Francesco Cosenza: ‘libri agili, molto illustrati – guide turistiche assai particolari – narrano la vita di cittadini di più o meno recente immigrazione nel nostro paese, raccontando usi e costumi del paese d’origine’ (Cosenza np). Aulò è il terzo volume di questa collana, il primo a essere redatto direttamente da un immigrato (2). Come afferma Lucie Benchouiha:

The book is literally half one language, half another, and as such, is a bringing together of, and a linguistic encounter between, two languages and two cultures, the ideal maintenance of a ‘direct and vivid connection with one’s cultural and linguistic roots’. (il libro è letteralmente metà in una lingua e metà in un’altra, e in questo modo, rappresenta l’unione e l’incontro linguistico tra due lingue e due culture, il mantenimento ideale ‘del legame vivo e diretto con le proprie radici linguistiche e culturali’) (Benchouiha: 256)

Un incontro che la scrittrice evidenzia non solo nel bilinguismo ma anche nei temi scelti per raccontare la sua vita. Pur definendosi asmarina fin dalla prima pagina, sottolinea anche come si senta a casa nella sua Italia e come molti dei suoi ricordi in Eritrea avessero sempre avuto profondi legami con l’Italia. Il titolo del volume deriva dalla tradizione del suo paese d’origine, in cui l’aulò è una poesia orale pensata e poi recitata in occasione di avvenimenti pubblici, per esempio matrimoni, funerali e commemorazioni; uno di questi, dedicati ad uno zio viene riportato interamente e il finale recita: ‘eri caduto e ti sei alzato come una palla,/il progetto del diavolo è disfatto,/con l’aiuto della vergine Maria!’ (22).  Oltre al tema della famiglia, delle origini e a quello del carcere, il quale avendo segnato profondamente la sua vita, viene affrontato anche in questo libro, la scrittrice introduce nella seconda parte, intitolata La mia Abebà, poesie, proverbi e canti appartenenti alla tradizione eritrea; il volume si conclude, come tutti quelli della collana, con le mappapagine in cui vengono offerte informazioni riguardanti le associazioni, i luoghi d’incontro, le scuole, i negozi etc. della comunità presa in considerazione, in questo caso eritrea.

Durante la stesura di Aulò diventa mamma: una bambina di nome Sara. Nel 1997, dopo essersi laureata, collabora con un ONG ‘teoricamente sensibile al “mondo migratorio”‘(Sibhatu, Il cittadino:10), ma rimane delusa da questa esperienza in quanto, come afferma lei stessa:

Mi accorgo che in questo, come in molti altri progetti nei quali mi sarei imbattuta successivamente, presentati al mondo come opere destinate a valorizzare le figure degli immigrati, questi ultimi sono i veri emarginati. (Sibhatu Il cittadino: 10)

 Nel 2004 dopo varie pubblicazioni di genere saggistico e poetico, pubblica Il Cittadino che non c’è. L’immigrazione nei media italiani, lavoro conclusivo del dottorato di ricerca che Ribka Sibhatu ha conseguito in Sociologia della Comunicazione. Inizialmente il tema doveva essere il Corno d’Africa e l’Eritrea in particolare, e come questi venivano descritti dai media italiani; purtroppo però, da questo punto di vista il materiale scarseggiava e di conseguenza l’attenzione si è spostata sul più ampio tema dell’immigrazione partendo comunque dalla prospettiva dei media. Sibhatu ha preso in considerazione per vari mesi, cinque mezzi di informazione: due tra i maggiori quotidiani, due telegiornali, su reti ed in orari diversi, ed un giornale radio. Il lavoro che ne risulta è un’analisi attenta e dettagliata, che offre ad un pubblico italiano una lettura approfondita degli avvenimenti che riguardano il mondo dell’immigrazione spesso proposto in maniera distorto. Attraverso l’analisi di alcuni fatti di cronaca Ribka Sibhatu analizza non solo l’immagine dell’immigrato così come viene presentata dai media, ma anche il linguaggio utilizzato dagli stessi giornalisti, soffermandosi su espressioni come di colore o problema per indicare la situazione immigratoria e come questa terminologia sia purtroppo entrata a far parte del lessico italiano.  Particolarmente rilevante è la scelta della prima persona, voluta fortemente dalla scrittrice con uno scopo ben preciso; come afferma nell’introduzione:

Per comunicare meglio e lasciare un segno in chi legge. Un vero segno fatto di emozioni, speranze, delusioni, amore per i miei nuovi paesi, le mie nuove lingue, la mia nuova terra che non ha sbiadito il ricordo di quella che mi vide nascere. […] L’esigenza di comunicare e di essere amata per quello che sono, per meglio guidare l’entrata nel mio mondo fatto di varie lingue e anime. La voglia di dire che sono come voi nella diversità. Quindi una di voi. (32)

Questo lavoro quindi, pur partendo da un’analisi dei vari dati raccolti nel corso degli anni, prende in considerazione numerosi temi, come la lingua, la storia, l’evoluzione delle emigrazioni e il mondo migratorio più in generale, il tutto attraverso la sua personale esperienza di immigrata in Italia.

Oltre poi a seguire vari progetti per tutto il territorio nazionale, ha lavorato con il Comune di Roma dal 2002 al 2005 come consulente per l’intercultura, e dal 2006 collabora con il Ministero della Pubblica Istruzione come membro del comitato scientifico per l’intercultura. Nonostante il suo impegno, in questi anni ha continuato a scrivere e pubblicare; alcune sue poesie sono state raccolte nell’antologia Quaderno Africano I, (Loggia dei Lanzi Editori, Firenze 1998) e in Nuovo Planetario Italiano: geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa ( a cura di A. Gnisci, Città Aperta Edizioni, Troina (EN) 2006) e in numerose riviste. Nei primi mesi del 2012, di nuovo con la casa editrice Sinnos, pubblica L’esatto numero delle stelle e altre fiabe dell’altopiano eritreo, illustrato da Luca De Luise. In questo volume che riprende la forma bilingue già utilizzata vent’anni prima per Aulò, Sibhatu ci propone una raccolta di fiabe eritree tramandate oralmente per generazioni, molto importanti in quanto offrono ‘una spiegazione della vita, descrivendo a volte anche la cruda realtà’(5). Tutte le fiabe iniziano e finiscono con delle formule ben precise che, come spiega la scrittrice nell’introduzione (anche questa in versione bilingue), hanno un ruolo fondamentale nel processo di narrazione:

La fiaba eritrea, con i suoi riti di entrata e di chiusura, prima distacca magicamente l’ascoltatore dal mondo reale e lo immerge in quello fantastico della narrazione. Poi, alla conclusione del racconto, riporta l’ascoltatore al reale, sottolineando che l’uomo (anche se con la narrazione crea un mondo meraviglioso, a cui l’identità umana deve molto) è pur sempre collocato nella realtà che ha come definizione e limite la vita e la morte. (Sibhatu, L’esatto: 5-7)

Molto interessante è proprio questa introduzione in cui la scrittrice spiega cosa rappresenti la fiaba in Eritrea e come durante la sua esperienza nelle scuole italiane abbia dovuto modificare proprio il rito d’entrata per far si che la fiaba suscitasse nei bambini italiani, lo stesso stupore che ha sempre suscitato nei bambini eritrei. Così il tipico rito eritreo ‘c’era una volta, quando i sassi erano Ä¥ambascā’, si trasforma grazie all’aiuto dell’opera di Gianni Rodari, in ‘c’era una volta, quando le strade erano tappezzate di pane, e colava latte dalle fontane, e i bambini sapevano volare…’ (7-9). Tuttavia nel libro rimane la formula eritrea a dimostrazione di come non sia un’opera rivolta esclusivamente a un pubblico più giovane. Una caratteristica significativa è l’introduzione in appendice di schede sulla storia dell’Eritrea e in particolare sulla struttura del tigrino. Come afferma l’editore infatti:

In appendice è stata inserita una scheda sulla storia e la struttura della lingua originale, in questo caso il tigrino, che potrà essere utile soprattutto agli insegnanti che abbiano in classe bambini e ragazzi che naturalmente possiedono una diversa impostazione linguistica. Speriamo altresì che l’avvicinamento ad altri impianti linguistici possa agevolare l’insegnamento della nostra lingua e ampliare le nostre informazioni. ( 2)

A breve uscirà anche un documentario intitolato Aulò. Roma postcoloniale, scritto dalla stessa Ribka Sibhatu con Simone Brioni e diretto da Simone Brioni, Graziano Chiscuzzu ed Ermanno Guida. Questo documentario, seguendo come filo conduttore la vita di Ribka Sibhatu ripercorre la storia dell’Italia e dell’Eritrea, volgendo particolare attenzione alla situazione degli immigrati eritrei in Italia. Interessante sarà poter avere a disposizione, insieme al documentario, un volume intitolato Aulò! Aulò! Aulò! Poesie di nostalgia, esilio e amore che raccoglierà tutte le poesie edite e inedite di Ribka Sibhatu. Impegnata quindi su tutti i fronti, la scrittrice e poetessa Ribka Sibhatu ha contribuito in maniera significativa allo scambio culturale tra Italia ed Eritrea, ma anche tra Italia e Corno d’Africa. Il suo lavoro, soprattutto nel mondo scolastico, ha assunto un ruolo fondamentale nell’agevolare l’integrazione tra i bambini e nell’abituarli alla bellezza e all’importanza del multiculturalismo. Fin dal suo arrivo in Italia, Ribka Sibhatu attraverso le sue opere e i vari progetti cui ha collaborato, ha dimostrato, e continua a dimostrare come offrire una prospettiva diversa da quella che ci viene offerta dalla societá attuale e  in particolare dai media, sia non solo possibile ma anche efficace.


[i] Tutte le informazioni riguardanti la biografia di Ribka Sibhatu, tranne dove specificato diversamente, sono state prese da Aulò. Canto-poesia dall’Eritrea (Sibhatu, Ribka. 1993, Roma: Sinnos, 2004, p. 8), da Nuovo Planetario Italiano: geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa (Gnisci, Armando, a cura di. Troina (EN): Città Aperta Edizioni, 2006, pp 290-291) e da Ribka Sibhatu in http://www.naufragi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=120:ribka-sibhatu&catid=83&Itemid=483

Fonti primarie

Sibhatu, Ribka. Aulò. Canto-poesia dall’Eritrea. 1993. Roma: Sinnos, 2004.

—, Il cittadino che non c’è. L’immigrazione nei media italiani. Roma: Edup, 2004.

—, L’esatto numero delle stelle e altre fiabe dell’altopiano eritreo. Roma: Sinnos, 2012.

Fonti critiche

Attanasio, Flaminia M. ‘«La chiamate integrazione ma è assimilazione», Terra news. Portale ecologista (2009) < http://www.terranews.it/news/2009/07/%C2%ABla-chiamate-integrazione-ma-e-assimilazione%C2%BB >

AA. VV. Quaderno Africano I. Firenze: Loggia dei Lanzi Editori, 1998.

Benchouiha, Lucie. ‘Hybrid Identities? Immigrant Women’s Writing in Italy’ Italian Studies 61 (2006): 251- 262.

Carroli, Piera. ‘Oltre Babilonia? Postcolonial Female Trajectories towards Nomadic Subjectivity’ Italian Studies 65 (2010): 204-218.

Cosenza, Francesco. ‘In giro per mappamondi tra scrittori migranti e generazione che sale’ El-Ghibli.org 22 (2008) < http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_05_22-section_6-index_pos_3.html >

Gnisci, Armando, ed. Nuovo planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa. Troina (En): Città Aperta Edizioni, 2006.

Parati, Graziella, ed. Mediterranean Crossroads. Migration Literature in Italy. Madison, N.J.: Fairleigh Dickinson University Press, 1999.

Poetry Translation Centre < http://www.poetrytranslation.org/ >

Ponzanesi, Sandra, Paradoxes of Postcolonial Culture. Contemporary Women Writers of the Indian and Afro-Italian Diaspora. New York: State University of New York Press, 2004.

Portelli, Alessandro. ‘Le origini della letteratura afroitaliana e l’esempio afroamericano’ El-Ghibli.org 3 (2004) <http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_00_03-section_6-index_pos_2.html>

‘Ribka Sibhatu’, Naufragi, Associazione di Promozione Culturale < http://www.naufragi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=120:ribka-sibhatu&catid=83&Itemid=483 >

‘Ribka Sibhatu’, Roma Multietnica, la guida all’intercultura delle biblioteche di Roma < http://www.romamultietnica.it/it/africa/scrittori-migranti-a-roma/item/3148-ribka-sibhatu.html >

Sibhatu, Ribka. Brioni, Simone. Aulò. Roma postcoloniale (ITA, REDIGITAL 2012)

Taddeo, Raffaele. Letteratura nascente. Letteratura italiana della migrazione. Autori e poetiche. Milano: Raccolto Edizioni, 2006

Tutte le poesie, originali e tradotte inserite in questa sezione sono state prese dal sito Poetry Translation Centre.

La figlia delle cavallette

Ribka Sibhatu

Cavallette, cielo oscurato,

terra flagellata. Una madre

si affanna sul letto.

Un tetro mese settembre,

mancano verde e verdure!

«Ileleleleleleleleleleleleleil…!

Ileleleleleleleleleleleleleil…!

Ileleleleleleleleleleleleleil…!»

Appena arrivata al mondo

cominciò col suo pianto!

Liberata dalla sofferenza,

si cominciò la ricerca del latte

bussando le varie porte.

Bestiame stecchito e senza latte,

come calmare l’ospite?

Come dissetare la partoriente?

Se non fossero clementi le caprette!

In quel momento desolato

divorò il latte appena munto

e riprese il suo pianto.

«La buffa piange ancora?!»

«Sì quella bozzai,

come se mancassero altri guai!».

«Povera cocca mia…sboccia

al caos e alla carestia!»

http://www.poetrytranslation.org/poems/340/Daughter_of_Locusts/original

Nonna Luna

Ribka Sibhatu

Come una volta,

nonna Luna arriva

dalla finestra carica

di storie e memorie.

Coraggio figliola,

non aver paura,

ti farò compagnia

ovunque tu sia!

Nonna Luna

racconta e canta

poesie che fanno sentire

a casa nella terra straniera.

http://www.poetrytranslation.org/poems/299/Grandmother_Moon/original

La mia Abebà

Ribka Sibhatu

C’era un’asmarina

a Haz-Haz, sulla collina,

Ahimè … Abebà la bella

composta e snella;

fiore rimava con Abeba,

come il bistro e l’occhio!

Perché il mondo comprendesse,

mentre scavavano la sua fossa,

avvolta nella morte misteriosa,

intrecciò un aghelghel

e lo mandò senza hmbascià.

In un’intensa notte,

me la rapirono con le manette!

……………………………………………….

Ogni giorno è assente,

ma nel buio è onnipresente!

Poiché non vuole separarsi da me

portatemi l’aghelghel della mia Abebà:

forse è lì la risposta,

la chiave delle sue manette,

che ora stringono me.

C’è uno scritto solo “un ricordo ai miei,”

sull’aghelghel della mia Abebà,

appassito fiore prima di sbocciare,

la mia compagna di prigione.

http://www.poetrytranslation.org/poems/297/My_Abeb%C3%A0/original

Madre Africa

Ribka Sibhatu

Culla umana!

baobab dell’anima,

nelle tue savane

e sacre foreste

danza la morte.

Si sente l’eco, l’urlo

della Madre che

consegna diamanti

e riceve carri armati.

Oh moribonda

terra, per decenni

saluta gli anziani

che portano con sé

i tesori ancestrali.

Quando sarà l’alba

della generosa

Madre Africa?

http://www.poetrytranslation.org/poems/280/Mother_Africa/original

Il documentario intitolato Aulò. Roma postcoloniale (ITA, REDIGITAL 2012) sarà distribuito da Kimerafilm e sarà possibile acquistarlo sul sito http://www.kimerafilm.com/

Il trailer è disponibile su http://www.youtube.com/watch?v=dH08P8N8Nj8

Roberto Blanco

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in English.

Sasha Huber

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Stuart Hall

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Tahar Lamri

Contributor: Andrea Gazzoni


Narratore, giornalista e performer algerino, Tahar Lamri nasce ad Algeri, nel 1958. Tra il 1979 e il 1984 si trasferisce in Libia, a Bengasi, dove completa i suoi studi universitari in Legge, e dove lavora come traduttore presso il consolato francese. Di seguito si trasferisce in Francia e infine in Italia, nella città di Ravenna, dove risiede dal 1987, lavorando come traduttore e interprete.

La sua lingua madre, ha dichiarato http://www.spaziopensiero.org/?p=197, è il sabir, una lingua franca composta di elementi arabi, italiani, spagnoli, francesi e altri ancora, un tempo parlata in tutto il Mediterraneo e oggi sopravvissuta solo in alcuni luoghi, tra i quali l’Algeria. Il francese e l’arabo, invece, sono le lingue che Lamri ha appreso a scuola.

Il percorso letterario di Lamri ha inizio solo in Italia, dove comincia a scrivere racconti brevi in lingua italiana, tra i quali «Solo allora, sono sicuro, potrò capire». Con questo racconto, che esplora le contraddizioni sorte dalla migrazione dall’Africa verso l’Europa, Lamri vince il premio per la sezione narrativa della prima edizione del concorso Eks&Tra, riservato a testi scritti da autori non italiani residenti in Italia.

Dall’anno successivo Lamri entra a far parte della giuria del premio; in questa veste, in occasione della V edizione del premio Eks&Tra, nel 1999, scrive una delle prime e più importanti riflessioni critiche della letteratura della migrazione, «E della mia presenza, solo il silenzio. Una riflessione lunga cinque antologie». In questo scritto, che pone l’Italia in una prospettiva euro-mediterranea all’incrocio tra continenti e culture, Lamri avanza l’idea dell’italiano come «lingua neutra», nella quale «l’Europa della ragione e il Mediterraneo della passione e del cuore» possano convivere al di là delle numerose frammentazioni storiche, nella speranza «che la scrittura potrà forse un giorno, malgrado tutto, riunire ciò che la storia ha separato». È la distanza liberatrice dalla lingua del colonizzatore (per un algerino, il francese) e dalla lingua materna che fa dell’italiano una lingua una da amare e abitare, in quanto lingua scelta senza costrizioni, di propria volontà, ma anche una lingua da modificare e ferire “amorosamente”, come ha dichiarato al seminario organizzato nel 2003 dalla rivista Sagarana http://www.sagarana.net/scuola/seminario3/seminario3_4.htm.

La sua riflessione letteraria successiva ha ripreso e approfondito questa idea, non solo a proposito della propria opera, ma anche del notevole corpus di opere scritte in italiano da autori di origine non italiana a partire dai primi anni ’90 http://www.trickster.lettere.unipd.it/doku.php?id=seconde_generazioni:tahar_la_scrittura.

Negli stessi anni in cui ha scritto i suoi racconti, Lamri ha sviluppato molteplici attività, tra l’altro realizzando il videoracconto La casa dei Tuareg e la narrazione teatrale Wolf o le elucubrazioni di un kazoo, e contribuendo all’edizione italiana dello spettacolo teatrale And the City Spoke, scritto dalla compagnia Exiled Writers Ink http://ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/atti05spoke.htm. Ha anche collaborato con la compagnia Teatro delle Albe di Ravenna, che fin dagli anni ’80 ha lavorato a un incrocio delle lingue e memorie della Romagna e dl Senegal. È anche direttore del Festival delle Culture di Ravenna http://festivaldelleculture.wordpress.com, presidente della rete Media Interculturali Emilia Romagna, collaboratore dei riviste tra cui «Internazionale» http://www.internazionale.it/search/?q=lamri e redattore del periodico «Città meticcia» http://www.perglialtri.it/meticcia/cata_pasearch.php?paCatID=cat6.

Nel 2006 i racconti di Lamri, alcuni dei quali già apparsi in riviste e antologie, sono riuniti nell’unico libro da lui finora pubblicato, I sessanta nomi dell’amore.

Nonostante da allora Lamri abbia pubblicato un numero esiguo di racconti, la sua presenza all’interno della cultura italiana è diventata sempre più significativa, con partecipazioni a seminari, convegni, dibattiti e incontri su temi che vanno dalla letteratura al giornalismo, dall’intercultura alla politica, dal razzismo alle nuove cittadinanze.

Il profilo multiforme di Tahar Lamri è dunque l’esempio d’un intellettuale a tutto tondo e pienamente integrato che, da una parte, cerca di promuovere lo scambio reciproco tra culture, ma che, d’altra parte, non rinuncia al diritto di prendere posizione pubblicamente riguardo alle contraddizioni, alle tensioni e alle domande poste dalle trasformazioni multiculturali che investono l’Italia, l’Europa e il Mediterraneo nel XXI secolo. Il cuore della strategia culturale di Lamri sembra essere lo sforzo costante di instaurare un dialogo con un’alterità apparentemente distante, condividendone, da outsider, i più intimi riferimenti, per esempio appropriandosi di classici moderni come Pasolini (vedi Lamri che legge «Profezia»,  una poemetto del 1964 che anticipava le migrazioni di oggi nel Mediterraneo http://www.youtube.com/watch?v=s0Oyzc8usWk) o di dialetti italiani come il romagnolo (vedi Lamri in dialogo con il cantastorie romagnolo Sergio Diotti http://www.youtube.com/watch?v=zRNUAlrvaIY), così che i sui ascoltatori, spettatori o lettori italiani possano guardare a se stessi dentro a uno specchio creolizzato.

Il significato della cultura, Lamri sembra suggerire, è la sua capacità di creare nuove relazioni e di dare forma a quelle esistenti. Nei Sessanta nomi dell’amore questo principio dialogico pervade piani diversi della narrazione e dà forma alla che incapsula tutti i racconti: la corrispondenza via e-mail tra l’italiana Elena e il maghrebino Tayeb. Il motivo che dà avvio al libro è quello la curiosità interculturale: a Elena interessa sapere qual è il significato preciso di ognuna delle sessanta parole che, in arabo, possono significare “ti amo”. Così comincia un dialogo che tocca la scrittura, la memoria e le passioni, portando i due protagonisti a innamorarsi in gioco di scoperta e di avvicinamento reciproci. E tuttavia l’unione si rivelerà impossibile,  mettendo fine alla loro relazione amorosa. Lamri riprende così gli utilizzi classici e contemporanei della cornice narrativa (dalle Mille e una notte alle Città invisibili Calvino), insieme al motivo tradizionale del contrappunto amoroso (con echi dal Cantico dei Cantici), facendo del dialogo tra Elena e Tayeb l’allegoria della relazione tra differenze interculturali nella società contemporanea.

I racconti emergono dalla cornice come i doni di Tayeb per Elena. Il primo è il già citato Solo allora, sono certo, potrò capire, al quale segue un testo brevissimo che fin dal titolo, Occhiacci di legno, perché mi guardate?, evoca il Pinocchio di Collodi per seguire i pensieri paradossali di un bambino straniero alle prese con la lingua italiana. Di seguito troviamo Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano [link al testo], una versione scritta della video-narrazione La casa del tuareg. Il narratore ci guida nel deserto dei nomadi berberi del Sahara, presentandoci questa popolazione attraverso un procedimento obliquo fatto di deviazioni, differimenti, rivelazioni sorprendenti e salti metanarrativi. Attraverso echi da Borges e dal Chatwin delle Vie dei canti il racconto evoca e allo stesso tempo contraddice gli schemi prefissati e unilaterali con i quali l’Occidente è solito conoscere l’alterità culturale.

Il racconto centrale del libro è Il pellegrinaggio delle voci. Questa narrazione corale è la versione scrittta dell’omonima narrazione teatrale, presentato in numerose occasioni e in diverse versioni fin dal 2001 (vedi la lettura del 2008 al Dickinson College http://www.youtube.com/watch?v=iEWFsbcl9HE): seduto su un tappeto, accompagnato da un musicista e da immagini proiettate alle sue spalle, Lamri conduce il pubblico in un viaggio attraverso una sequenza di storie narrate da voci di cantastorie da diversi luoghi italiani e africani. Il percorso parte da un meddah (cantastorie) maghrebino,  passa per le storie della Pianura Padana che si ripetono da un dialetto all’altro, da una generazione all’altra e da una località all’altra, e infine torna di nuovo verso sud, sotto la guida di un meddah della Casbah di Algeri e di un griot senegalese. Il pellegrinaggio termina simbolicamente nei pressi di un baobab, l’albero delle narrazioni: «l’unico albero che, per forma, assomiglia ai narratori, perché quando è spoglio sembra avere le radici per aria».

Gli altri racconti del libro sono schegge narrative, diverse per tono e tema: «Foglio di via», «Il pane e le rose», «So che nell’ultima ora peccherò», «Teacher don’t teach me nonsense» e «La convivialità delle differenze» sono critiche ironiche o drammatiche ai pregiudizi e alle ingiustizie della società italiana ed europea; «Undicizerotreduemilaquattro», «Le stanze sgombre», «La beauté de l’âne» e «20 Kg» sono istantanee di un mondo ferito e impaurito dalle minacce di guerra e terrorismo; «L’henné» e «Il figlio» sono storie paradossali sui ruoli sociali e di genere nelle moderne società islamiche. A un testo a parte è il brevissimo divertissement «L’idioma gentile», giocosamente intitolato come un trattato sulla lingua italiana di Edmondo De Amicis (1905): un uomo maliano è sottoposto a una sorta di esorcismo perché dalla sua bocca escono solo frasi in un antico e incomprensibile italiano, tratto da testi medievali e rinascimentali.

Nell’Avant-propos dei Sessanta nomi dell’amore Lamri dichiara di praticare e pensare la scrittura in lingua italiana come un «pellegrinaggio circolare», che porta memorie culturali algerine, nordafricane e mediterranee verso la meta lontana, utopica, di un’«anima plurima», dove tutti i frammenti possano conciliarsi. La varietà dell’attività di Lamri e l’eclettismo della sua scrittura rendono arduo cogliere quanto di questo pellegrinaggio egli abbia già percorso, e quanto ancora ne percorrerà attraverso la scrittura. È indubbio però che la sua poetica, così ottimistica, vada riconosciuta come una delle più interessanti e innovative nella scena multiculturale dell’Italia contemporanea.

 


[da Tahar Lamri, I sessanta nomi dell’amore, Santarcangelo di Romagna: Fara, 2006, pp. 43-54]

 

 

Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano

 

Sul suolo rigorosamente piatto e nudo, miriadi di scoppi di quarzo scintillano al sole come infinite stelle. In alto, sulle cime delle rocce l’aria sembra leggera. Sagome di falesie si annunciano in lontananza. Gialle di giorno, color malva di sera. Il colore è l’unico segno del tempo. Abbiamo attraversato la hamada, l’erg, il reg ed il sarir, tanti nomi per dire la diversità del deserto. Deserto di sassi della hamada, deserto di seta dell’erg. Luoghi di confronto fra sabbia e sassi. Ogni tanto l’uno prende il sopravvento sull’altro.

Camminiamo da venti giorni alla maniera dei Tuareg: all’alba davanti ai nostri cammelli, per non stancarli troppo, quando il sole diventa troppo caldo per la marcia saliamo sul loro dorso, e, al pomeriggio, con il calare della temperatura torniamo a camminare a fianco degli animali sino al tramonto ed anche alle prime ore della notte.

Il mio compagno di viaggio, di nome Dayak, un Tuareg del Nord, alto di statura e di pelle chiara, e della tribù dei Kel Rela, un nobile dall’incedere noncurante e fiero. Del suo volto non ho mai visto oltre gli occhi scuri e profondi. Non aveva nessun obbligo di scoprirsi il volto davanti a me. Io non sono un superiore. Ad una sosta all’ombra di una roccia gli chiedo:

- Ma dove andiamo?

- Da nessuna parte. Solo più lontano, risponde, poi dopo un po’ aggiunge: Vedi, il deserto è senza scopo. Come noi nomadi. Non ti svela niente perché non ha niente da nascondere.

Volevo chiedere dei Tuareg, ma apro la bocca e non dico niente.

Abbasso la testa e vedo come delle scritte nella sabbia, chiedo a Dayak:

- Che cosa sono questi segni nella sabbia? РQuesti? dice indicando i segni con un bastone. Ah ̬ il tifinagh, la nostra scrittura.

La scrittura Tuareg. Osserva un attimo di silenzio poi si schiarisce la voce e dice: la nostra è una scrittura di nomadi; è tutta fatta di bastoni, e i bastoni sono le gambe di tutte le greggi: sono gambe di uomini, zampe di mehari, zampe di zebù, zampe di gazzella, gambe di chi percorre il deserto. E le croci dicono di andare a destra o a sinistra e i punti – perché vedi, ci sono molti punti – sono le stelle che ci guidano di notte, perché noi Sahariani conosciamo soltanto il cammino, il cammino che ha per guida, di volta in volta, sole poi le stelle, dovresti saperlo no? Sono tanti giorni che camminiamo nel deserto.

Vedendo che Dayak ora parla di più gli chiedo: – Parlami dei Tuareg, Dayak

- Ti parlerò dei Tuareg più avanti, non hai ancora viaggiato abbastanza. Guarda il paesaggio attorno a te invece, poi quando sarà il momento te ne parlerò dei Tuareg, mi risponde.

- Allora dimmi perché hai il volto coperto almeno – insisto.

- Ma quanto sei impaziente. Così non imparerai mai niente, però ti rispondo lo stesso. Questo che vedi sul mio volto è litham o chech e sostituisce l’indumento originale che si chiama tagelmoust, indossato solo nei giorni di festa. Perché lo porto non sono in grado di spiegartelo, però ti posso dire che per me la legge del velo scuro è più chiara della luce, la legge che comanda di nascondere il viso alla collera, alla sofferenza, all’amore e persino alla morte. Adesso riprendiamo il cammino.

Dayak si alza seguito docilmente da me.

- I nomi delle località già attraversate o da attraversare sfilano nella mia mente:

El Oued – Touggourt – Souf – Ghardaia – Ben lsguen – EI Atteuf -Bou Noura – MetIili – Beni Abbés – Tarhit – Tadmait – Tanezrouft -Hoggar – Tassili n’Ajjer – Tadmekka – Taghaza – Timbuctù – Mopti – Djenné – Bandiagara -Sangha – L’Air – Tenerè – Dogondoutchi – Birni N’Konni – Madaoua – Maradi – Zinder – Abala – Tahoua – Tchin Tabaraden – l-n Gall – Assoua – Tchimoumoumene – Agadez – Teguiddan Tessoum -Bilma – Dirkour – Iferouane – Ghat – Ghadames – Tikhar – Akakus – El Barkat.

 

Ripeto ad alta voce ed in ordine sparso questi nomi a Dayak per pura provocazione.

- I Tuareg sono arrivati da padroni quando queste distese che dici non avevano ancora tali nomi … dice Dayak.

 

E con un tono di fierezza aggiunge: Poi dopo abbiamo imposto il nostro dominio alle carovane a cui offrivamo una protezione, se i beduini non pagavano i pedaggi, erano razzie e guerra. Cosa vuoi che ti dica sui Tuareg? Lasciamo perdere. Oggi la metà dei nostri bambini muoiono di morbillo e febbre gialla. Guarda il paesaggio va’! conclude con amarezza.

Seguendo il consiglio di Dayak, guardo il paesaggio attorno a me, arborescenze geologiche, sconvolgimenti tellurici hanno preso il posto della vegetazione. Il calore intenso vetrifica la sabbia producendo distese di stelle sul suolo. Picchi che si ergono come vegetazione gigante di qualche centinaia di metri di altezza sull’orizzonte piatto. Isolotti appuntiti, ventose, funghi rocciosi. Dune policrome appollaiate su castelli di sassi o su torri di gres rosso. Giochi di luci e ombre, colori che cambiano secondo le ore del giorno.

Nell’ora che precede il tramonto il paesaggio si trasforma, acquista iridescenza, scoppia in infinite sfumature e ricompensa della fatica del viaggio.

Mi vengono in mente le parole di Dayak Il deserto non ti svela niente perché non ha niente da nascondere, ma lo scenario, qui davanti ai miei occhi è così scoperto, così trasparente, che per contrasto tutti, i misteri del mondo mi sembrano qui concentrati.

Il più piccolo gesto umano assume un valore, la più intima perturbazione del paesaggio è un segno. Il deserto dà la coscienza della futilità delle cose. Dopo queste vertiginose giornate passate in questo viaggio mi sento assalire da un tranquillo stupore. Dayak porta il segno di questo placido stupore perennemente sugli occhi ed immagino anche sul resto del volto.

Il segreto della sopravvivenza sta nella mobilità. Per chi avanza nel deserto senza fine, in un immutabile scenario, non si tratta di un lungo vagabondaggio, ma piuttosto di una lunga dissidenza. Il deserto è la terra dei ribelli e dei profeti, ribelli per antonomasia

Ah già! il vento. Ne ho visto di vento in questo viaggio. Ma nella lotta fra la sabbia ed i sassi, ho visto il vento impotente di fronte alla hamada; anche sollevando la sabbia in terribili tempeste, non fa altro che togliere da una parte ciò che mette dall’altra. Forse qui anche il vento è un nomade preso dal vortice del tempo circolare. L’erg non perde neanche un granello di sabbia, ma del passaggio del vento rimangono lunghe zebrature ondulate sulla sabbia.

In questo sistema che si racchiude senza pietà sull’uomo, un piccolo spiraglio appare all’improvviso.

Il letto del Mathendous si apre nell’ammasso di pietre, scendiamo nel fondo. A cento metri più giù ci troviamo prigionieri di un canaletto di sabbia in mezzo a due ripide rocce levigate. All’ombra della sera che scende su di noi, in un silenzio soffocante, qui nel centro della terra, la vita ci appare in un colpo. Provocante e smisurata.

- Un elefante, una giraffa, un bue, un antilope mi sono messo a gridare.

Dayak mi guarda in silenzio. Senza neanche un sorriso gratificante. Qui di fronte a me, scolpiti nelle pareti. Animali giganti. Immagini di caccia. Passato impenetrabile. Osservando questa arte grezza, dalla bellezza irresistibile, dove il tratto sembra ridotto alla purezza del movimento, ho l’impressione di scoprire un’arte compiuta, attuale, come se tutta l’arte, da quando sono stati scolpiti questi disegni, non fosse che un susseguirsi di peripezie per ritrovare questa matrice.

- Andiamo, – Dayak mi tira fuori dal mio stupore, faccio un salto di sorpresa e cado all’indietro.

- Ti chiedo scusa, Рdice Dayak, Рnon volevo spaventarti, ma ̬ da molto tempo che siamo qui e dobbiamo raggiungere un posto qui vicino per passare la notte.

Mi alzo a fatica e seguo Dayak nella risalita. Non oso più parlare.

Dopo un po’ arriviamo ad un posto tutto sommato accogliente, c’era anche un pozzo d’acqua.

Dayak accende il fuoco e mette l’acqua a bollire per il the. Mangiamo i datteri che ci sono stati offerti dai nomadi incontrati due giorni prima. Poi Dayak si dirige verso il cammello e dal fianco della sella tira fuori un liuto. Si mette a sedere addossato ad un sasso e comincia a suonare.

Sembrava aver qualcosa da dire però continua a suonare per circa un’ora, poi alla fine mi porge il liuto.

- Ma io no so suonare, – dico

- Allora canta!

- Veramente non so neanche cantare.

- Male, male, – dice Dayak poi senza aspettare risposta aggiunge: – È da quando siamo in viaggio che mi chiedi di parlarti dei Tuareg. Fino adesso non ho risposto a questa tua richiesta perché non avevi ancora familiarizzato con il deserto e quindi potevano sfuggirti alcune cose, ma adesso penso di potertene parlare anche se… Comunque. Va bé. Hai mai sentito parlare dell’albero di Ténéré? – mi chiede Dayak

- Sì ne ho sentito parlare, è l’unico albero che sia stato mai segnato su una carta – rispondo

- Era l’albero più solitario del mondo – dice Dayak, poi aggiunge: l’unico albero del deserto. Vecchio di centinaia di anni. Era un punto di riferimento nell’erg del Ténéré. Per centinaia di chilometri c’era solo sabbia e l’albero di Ténèrè. Un bel giorno un camion lo travolge. Noi Tuareg siamo come quell’albero, eravamo radicati nel deserto, non c’erano confini per noi, sono arrivati i Cristiani e hanno detto: queste terre sono nostre e allora noi li abbiamo combattuti, poi dopo sono andati via e sono stati sostituiti da governi, confini, cittadinanze, passaporti, visti e tante altre cose, e così comincia per noi la tragedia. Non sto adesso a parlarti di queste cose perché le puoi immaginare da solo, e poi vedo che sei impaziente di sapere chi sono i Tuareg. Anche se non capisco la tua impazienza ti rispondo lo stesso però ti avverto non aspettarti molto da me perché non troverai che delusione, accontentati di quel che ti dico e vedrai che imparerai molto.

“Allora, per cominciare ti dirò che il vero nome del nostro popolo è Imazighen che vuole dire ‘uomini liberi’, il nome tuareg ci è stato dato dagli arabi ed è un nome dall’etimologia incerta, potrebbe voler dire ‘quelli che sono sempre per strada’ oppure i seguaci di una tariqa, una confraternita. Comunque gli Imazighen o, se vuoi, i Tuareg oggi sono raggruppati in nove confederazioni rette da un capo, Amenokal: Kel-Ajjer, Kel-Ahaggar, Kel-Air, Kel-Antassar, Kel-Gress, KeI-Dinnik, Jullemiden, lforas, Tenghereghif.

“Nessuno sa con esattezza da dove veniamo. Neanche noi lo sappiamo ma a noi interessa poco saperlo. Sappiamo che la nostra origine è berbera e questo ci basta. Alcuni dicono che veniamo dallo Yemen. Altri dicono che i nostri antenati sono i Garmanti, contro i quali i romani dovettero sudare per imporre il loro dominio. Insomma ci sono tante teorie. Comunque siamo berberi, la nostra scrittura l’hai vista è il tifinagh, che vuoi dire scrittura dei fenici, perché l’abbiamo presa da loro. Io sono uno dei pochi uomini a saper scrivere, perché una volta, ma adesso è cambiato tutto, solo le donne sapevano scrivere. E la nostra lingua si chiama tamacheq, la lingua berbera più pura perché incontaminata. La nostra vita ruota attorno alla donna, l’uomo da noi non è il padrone di casa ma un ospite. Appena sposati, l’uomo va vivere presso la moglie che rimane la padrona di casa. Ed i figli sono affiliati allo zio materno. Questo – dice Dayak indicando la sciarpa che gli copre il volto – lo porto dall’età di quindici anni, la nostra tradizione vuole che lo zio materno lo regali al nipote al suo primo digiuno del ramadan. Le nostre donne invece vanno a volto scoperto. Prima di diventare musulmani eravamo animisti. Comunque animisti o musulmani siamo sempre stati monogami. D’altronde, un guerriero, un viaggiatore, un nomade che cosa se ne fanno di tante mogli?

“Oltre alle confederazioni che ti dicevo prima, c’è una particolare divisione fra gruppi dell’est e dell’ovest. Non hai notato niente, a proposito delle tende nel nostro viaggio?”, mi chiede Dayak

- Sì, mi sembra che le tende che abbiamo visto ad est siano diverse da quelle incontrate ad ovest, dal colore credo…

- Esatto, i gruppi dell’est hanno le tende a righe bianche, gialle e marroni…

- È vero – lo interrompo – mentre quelle dei gruppi dell’ovest sono nere e rosse

- Sì è così

Approfittando di questo dialogo, chiedo a Dayak

- È vero che i Tuareg sono sempre stati schiavisti?

Dayak sembra sorpreso da questa domanda, si alza poi va a sedersi su un sasso, dondolando leggermente le gambe.

- Ascolta, queste parole moderne non significano niente per noi. Io ho studiato in quelle terre che si chiamano Europa, e ti posso rispondere. Ma la nostra gente non sa che cosa vuoi dire schiavo, nè quelli che tu chiami schiavi sanno che cosa vuoi dire questa parola. La realtà è che i nostri nobili imochar sono viaggiatori e commercianti, però, come hai visto, noi abbiamo anche dei villaggi, dove stanno le nostre mogli, i nostri bambini, i nostri vecchi. Ma noi non siamo agricoltori, le popolazioni locali ed i neri sì. Allora abbiamo chi lavora per noi, e questi sono i bella che qualcuno traduce con la parola servi e gli iklan che qualcun altro, nella sua lingua che non c’entra niente con la nostra, chiama schiavi. Questi che tu chiami schiavi lavorano la terra e prendono il quinto del raccolto, e c’è chi arriva anche alla metà di questo raccolto. Poi il padrone schiavista non si mescola con i suoi schiavi, mentre noi come hai visto i tre quarti della nostra popolazione è nera. Vedi, da qualche anno da noi c’è una nuova categoria chiamata ichomar, lo sai da dove deriva questa parola? deriva dal francese chômeurs, disoccupati. Questa categoria secondo te dove dobbiamo classificarla? Le cose hanno un contesto e una logica se li tiri fuori da lì non capisci più niente. Ecco tutto.

- Sì, ma io ho letto che una volta i Tuareg facevano il commercio degli schiavi.

- Certo questo commercio c’era, ma c’erano anche tanti altri commerci che adesso non ci sono più, è soltanto una questione di tempi storici. La nostra gente commerciava con i romani, con i cartaginesi, con i fenici ma anche con gli africani, le nostre carovane arrivavano fino all’Africa centrale e oltre e questi africani vendevano ai Tuareg degli schiavi e cioè dei neri che erano già schiavi. Era così.

- Però alcuni dicono i Tuareg razziavano anche dei bambini neri per farne degli schiavi.

- Ascolta, non possiamo dilungarci molto su questo argomento perché non possiamo parlare di una verità di ieri con le parole di oggi. È vero questa cosa è esistita – risponde Dayak

- Dimmi Dayak, ma perché la chiami “questa cosa”, e non con il suo nome, schiavitù?

- Perché non voglio convincerti della mia ragione e so che tu non potresti mai capire, non essendo di queste terre. Questa cosa – dice ridendo – si può capire soltanto se sei di qui ecco. Vedi, dalle tue parti quando piove si dice che il tempo è cattivo, dalle nostre invece quando piove si dice, Ah che bel tempo! Tutto sta qui. Ma adesso dormiamo. Domani è la festa del mulud e visto che ormai siamo a Djanet ti farò vedere una cosa che credo ti piacerà molto.

 

L’indomani giungiamo a Djanet. Un’aria di festa regna nell’oasi. Da tutte le moschee altoparlanti diffondono versetti salmodiati del corano. Gruppi di persone seduti sulla sabbia intenti a versare ritualmente il thé, altri facevano il méchoui, montoni arrostiti interi sulle braci, uomini con gandura bianche o vividamente azzurre, le donne con vesti leggere, celeste o verde smeraldo.

Abbiamo passato gran parte della giornata fra questi gruppi a bere il thè e mangiare il mèchoui.

Ho scoperto che Dayak era un gran chiacchierone, e questo mi bastava.

Nel pomeriggio ci avviamo tutti verso la grande piana bordata dal palmeto.

Dayak mi prende per il braccio poi mi dice:

- Vieni, andiamo a sederci su quella duna, adesso assisteremo ad una partita di t’kalcit.

Poi una volta seduti prosegue:

- Il t’kalcit è una specie di hockey sulla sabbia. La piana che vedi viene divisa in tre settori, in ognuno dei quali si disputa una partita nord-sud fra due villaggi contrapposti. Ogni villaggio dunque schiera in campo la sua squadra, ma si tratta di uno schieramento relativo, in quanto qualunque uomo può mettersi a giocare con la squadra del suo villaggio o andarsene quando non ne ha più voglia; d’altra parte il numero dei giocatori è illimitato, dipende dal numero degli abitanti del villaggio e dalla loro disponibilità a giocare, secondo la loro disponibilità a giocare. Anche il campo è illimitato; vengono soltanto segnate le due mete contrapposte oltre le quali i giocatori, armati di nodosi bastoni, devono scagliare una palla di cuoio.

Il gioco cominciava proprio allora, e già l’agitazione e la polvere erano al culmine. Uomini correvano dietro la palla dando forti colpi con bastoni un po’ ricurvi, sollevando nuvole di polvere, spesso i bastoni volavano in mille pezzi. Spesso anche lo scesc di alcuni giocatori svolazza da tutte le parti. Il gioco è durato forse più di due ore, però è finito perché erano rimasti in campo pochi giocatori, gli altri erano andati via man mano che si stancavano oppure quando non avevano più voglia di giocare. E poi comunque ormai era notte inoltrata, e nella notte limpida rischiarata da miliardi di stelle si sentono rincorrersi dappertutto gli acutissimi trilli delle donne, emessi modulando la voce nel fondo della gola.

 

Il giorno dopo abbiamo ripreso il cammino risalendo verso nord. Io pensavo a Dayak, a quant’era sorprendente: un Tuareg che aveva studiato in Europa, cosa sarà mai andato a studiare là? E perché è andato a studiare proprio in Europa? Queste e altre domande mi ossessionavano pero non osavo esprimerle, conoscendo la suscettibilità del mio compagno.

Per non fare queste domando gli chiedo:

- Non mi hai mai parlato del commercio dei Tuareg.

- Di commercio ne abbiamo parlato un po’, almeno quello degli schiavi, mi risponde.

- No, non intendevo quello, io ho letto da qualche parte che i Tuareg erano grandi commercianti di sale.

- Non solo. Quando il commercio era fiorente, i Tuareg attraversavano il deserto con carovane immense, formate anche da più di venticinquemila cammelli. Nell’Africa centrale le carovane portavano sale e datteri, che venivano scambiati con prodotti di valore; nel viaggio di ritorno si portavano stoffe, migIio, zucchero, prodotti artigianali, oro, avorio, che vendevano a nord agli arabi, che a loro volta lo vendevano in Europa. Poi, le nostre poche carovane si sono messe a trasportare qualsiasi cosa, ti ricordi quel tuareg che avevamo incrociato a Tamanrasset che aveva sul dorso dei suoi cammelli dei frigoriferi e dei televisori?

- Sì, me lo ricordo.

- Ebbene per un certo periodo di tempo, i nostri commercianti si sono lanciati nel traffico di merci introvabili al nord, e così potevi vedere carovane che trasportavano videoregistratori, computer, frigoriferi, insomma tutto quel che non si poteva trovare facilmente al nord, anzi mi è capitato di accompagnare un commerciante che trasportava un automobile che aveva comprato nel Mali, l’ha smontata tutta e l’ha caricata sui cammelli. Oggi invece i nostri nobili e sprezzanti nomadi sono per lo più profughi, alcuni hanno costituito anche delle cooperative di allevamento oppure agricole e riescono a tirare fuori qualche cosa dalla sabbia. Vedi, io… mi hanno mandato a studiare in Europa, perché un bel giorno i signori del nord hanno deciso che non dovevamo più fare i nomadi, allora prima sono venuti e hanno fatto il censimento poi dopo ci hanno messo a disposizione una scuola ambulante, poi siccome l’esperimento è fallito, hanno scelto alcuni ragazzi, ed io ero fra quelli, e ci hanno mandato in un collegio, poi a non so quale responsabile del Ministero dell’agricoltura è venuto in mente che i nostri dromedari erano malnutriti e allora hanno scelto me per andare a studiare, con una borsa di studio della FAO, a Reggio Emilia, in Europa, pensa, una disciplina chiamata “Scienza dell’alimentazione animale”. Ma la tragedia, – e noi diciamo “la peggiore tragedia è quella che fa ridere” – è che in questa città non avevano mai visto un dromedario, e siccome i docenti erano quasi tutti specializzati nell’alimentazione dei suini, mi sono specializzato anch’io nella scienza dell’alimentazione dei suini. Ti sembrerà strano ma è andata proprio così. Dopo ho deciso di tornare qui, non mi andava di rimanere in Europa, perché non volevo morire con troppi desideri e allora ho scelto di venire qui a vivere da nomade diciamo, di lasciare trascorrere le stagioni su di me. anche perché in questi ultimi anni mi sono successe delle cose terribili, come del resto a tutto il mio popolo…

Dayak si interrompe su queste parole, e vedo i suoi occhi inumidirsi, si inchina sulla sabbia e comincia a tracciare dei segni come se volesse confidare al deserto un segreto. Poi tira fuori dalla tasca interna della sua gandura una foto in bianco e nero di una bellissima ragazza e mi dice:

- Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me, ti prego di portarla sempre con te e di esibirla quando puoi, più occhi la vedranno e più gente si ricorderà di lei. Io sulla sua tomba ho piantato una palma che ha già germogliato e se cresce bene sarà la palma più solitaria del Sahara. Perché vedi un giorno ho visto un film quando ero in Europa che si conclude con queste parole: “Io non so se ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso”.

 

Dopo queste parole Dayak si è alzato in volo ed io sono rimasto lì, mi sono addormentato non so per quanto tempo e come il mio antenato Ibrahim Ibn Al-Bukhari Ibn Abdullah Ibn Nemer Ibn el Barud ho sognato il cervo illeso che chiedeva scusa al cacciatore deluso. Al mio risveglio mi sono accorto di essere Dayak e allora mi sono alzato e mi sono incamminato per le Vie dei Canti.


Talawa Theatre Company

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Ubax Cristina Ali Farah

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Zadie Smith

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Abderrahman El Fathi

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Africa Bibang

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AGNÈS AGBOTON

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Betty Akna

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Bidinte

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Carlitos Wey

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Concha Buika

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Domingo Edjang Moreno

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Franklin Tshimini Nsombolay

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Gabriella Ghermandi

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Inongo-Vi-Makomé

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Iván “Melón” Lewis

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Jota Mayúscula DJ

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Krazé Negrozé

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La comunidad africana en Bulgaria

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Laila Karrouch

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Makabro Aka Brokempo

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Mbaká – Chacho Brodas

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Mefe: Meferis Elonga Madiba

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Mohamed Bouissef Rekab

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Mohamed Chakor

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Mohamed Sibari

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Najat El Hachmi

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Paloma del Sol

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Piruchi Apo

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Richard Wright

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Rubém Dantas

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Saïd El Kadaoui Moussaoui

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Silvia Sob̩ РDNOE

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Vic Navarrete

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Victor Bondjale

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Yolanda Eyama

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Yoly Sista

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Gilles Dossou-Gouin

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Kossi Komla-Ebri

KOSSI KOMLA-EBRI (TSÉVIÉ, TOGO, 1954)

Contributor: Ilaria Rossini

Kossi Komla-Ebri, nato a Tsévié, in Togo, il 10 gennaio 1954, lascia il suo paese natale a 11 anni, avendo vinto una borsa di studio per i figli degli insegnanti della missione cattolica. La sua partenza non è stata contrariata dai genitori, i quali credevano che sarebbe stata un’opportunità di crescita e un modo per poter aiutare i suoi undici fratelli. Raggiunge un Collège dei frati salesiani a Nantes e consegue la maturità in Francia, con l’intento di continuare gli studi, obiettivo che pian piano riesce a raggiungere:

Ho fatto richieste di borse di studio al mio governo senza successo ed ero rimasto a Parigi a fare mille mestieri, a soffrire la fame e a sognare di studiare. La provvidenza mi ha fatto incontrare l’allora Arcivescovo di Lomé a Parigi, che mi ha trovato la borsa di studio dell’Opera Madonna della Fiducia presso il Collegio del fu Cardinale Giacomo Lercaro a Bologna dove ho potuto studiare e laurearmi in Medicina e Chirurgia.[1]

Komla-Ebri arriva dunque in Italia nel 1974 e, dopo il conseguimento della laurea, si specializza a Milano in Chirurgia Generale. Sposato e padre di due figli vive in provincia di Como e lavora in Laboratorio Analisi presso l’ospedale Fatebenefratelli di Erba.

Mostra un particolare interesse per gli aspetti multiculturali della società odierna, interesse che si percepisce sia grazie ai vari ruoli che ricopre in ambito culturale, sia grazie alla sua attività letteraria. È infatti membro del comitato editoriale di El-Ghibli, rivista online di letteratura della migrazione, direttore della collana letteratura migrante delle Edizioni dell’Arco ed è stato autore di un Blog sul “Il Passaporto”. Insieme al medico-itinerante Aldo Lo Curto e al disegnatore brasiliano Ubiratan Porto, Komla-Ebri è autore di Afrique. La santé en images, manuale distribuito gratuitamente in diversi villaggi africani per la divulgazione dell’educazione sanitaria tra le popolazioni locali.

Manifesta il suo impegno come mediatore culturale nel mondo della scuola e della sanità e partecipa come relatore a diversi convegni in Italia e all’estero su tematiche legate all’Africa, all’integrazione, all’intercultura e alla letteratura della migrazione (fonte: sito di Kossi Komla-Ebri).

Definisce la letteratura come «lo spazio virtuale all’incontro, alla conoscenza, all’educazione alla differenza perché dà l’opportunità di immergersi in altri mondi e modi di vivere, permettendo di “decentrarsi”: uno strumento e percorso alla conoscenza, una via d’uscita dall’etnocentrismo delle “culture superiori”» (Mmaka, 2003, pp. 2-3).

Komla-Ebri si dedica a vari generi letterari, muovendosi tra racconti, romanzi e saggi; nei suoi testi emergono sempre riferimenti alla propria realtà d’origine – con cui ha un forte legame – sia a livello contenutistico che formale, come testimonia il ricorso all’oralitura, ovvero il trasferimento dell’oralità tipica della cultura africana nella scrittura.

Alcune sue opere hanno raggiunto un notevole successo in vari concorsi letterari. Ad esempio con il racconto Quando attraverserò il fiume l’autore ha vinto il primo premio per la narrativa in occasione della terza edizione del concorso Eks&Tra nel 1997. Il racconto è ricco di riferimenti alle usanze africane ed è centrato sulla sacralità della parola nella cultura africana:

Mi svegliò come era consuetudine da noi senza dire una parola, perché non ci si può parlare senza essersi lavati la bocca, perché la bocca è il tempio della parola e la Parola da noi è una cosa sacra. (Komla-Ebri, 2003, pp. 107-117: p. 108).

Nell’edizione del concorso Eks&Tra del 1998 vince invece il quinto premio con il racconto Mal di… che, ambientato in Italia, ruota attorno alle vicende di un fratello e una sorella africani: una riflessione sul concetto di assimilazione, laddove lui, che ha sposato una donna italiana, acquisisce i tratti tipici degli europei, mentre lei, che fa difficoltà ad adattarsi alla nuova cultura, cucina, educazione, mostra sempre più il suo desiderio di rimpatriare:

Questo paese, questa nebbia non fa per me, mi manca il sole, le feste al villaggio, il tempo, le risa della gente, il vivere insieme con le persone (Komla-Ebri, 2003, pp. 9-16: p. 15)

In Europa dunque la protagonista si sente “sradicata” e prova “mal d’Africa”, decidendo così di rientrare in patria, dove però sarà assillata dal “mal d’Europa”; la donna diviene quindi metafora di tutti quei migranti che prendono coscienza, con il loro rientro alla terra natale, che la loro patria e il loro popolo non sono rimasti immobili, hanno continuato a vivere anche senza di loro, percependo quindi quel sentimento di “doppia assenza” di cui parla Sayad (Sayad, 2002).

Questi due racconti sono contenuti in All’incrocio dei sentieri (2003), che ne raccoglie molti altri, come: Vado a casa, che tratta di resistenze e sopravvivenze; Due scatole di fiammiferi, in cui affiora il tema del meticciato; La manif, che ruota attorno al razzismo e ai diritti civili; La ricchezza del povero e La borsa di studio incentrati sulla questione della dignità; Yévi-il-ragno, una favola sul tema delle diversità e della convivenza; Abra. All’incrocio dei sentieri, che pone al centro il destino e la forza della parola; Il tuono, legato all’aspetto del potere.

Vita e sogni. Racconti in concerto (2007) consiste invece in 8 storie, diverse per tematiche, protagonisti e modalità narrative, che oscillano – come ci suggerisce il titolo –  tra sogno e realtà. Un libro che raccoglie riflessioni relative alla questione migratoria, spaziando dal tema dell’identità, a quello della nostalgia e del ritorno, percependo nella scrittura una forma di evasione dalla solitudine e un modo per rendersi visibili, come sostiene Elom, personaggio del primo racconto Il buio della notte e controfigura dell’autore, ma anche di tutti gli scrittori migranti:

Scrivere libera e sconfigge la solitudine. Scrivere è taumaturgico contro la nostalgia, la burka, la saudade. È un modo per urlare: “Esisto, ci sono anch’io in questa società che mi vuole ignorare nella mia essenza”, “Non sono afasico, non sono il vostro oggetto, non sono un cittadino di seconda classe!” (Ivi., pp. 5-9: p. 9)

Con Rap hip-hop cambia invece la tonalità, essendo un racconto fantascientifico, attraversato da ironie che fanno comunque trapelare riferimenti alla cultura africana ed europea, toccando ad esempio l’immaginario dei bianchi:

In sala operatoria qualcuno mi spoglia. Ho caldo. […] [L’infermiera “qualcuno”] di sicuro confronta i miei gioielli di famiglia con i suoi che mantiene gelosamente nelle mutande del suo amante ed espone soltanto sotto le lenzuola della sua alcova. Il mio orgoglio di macho africano fa le capriole e accende alcuni fuochi d’artificio notando, in un breve e quasi impercettibile sgranare delle sue ciglia, la conferma di un mito che corre  da secoli nell’immaginario collettivo dei bianchi. (Ivi., pp. 11-23: pp. 12-13)

E valutando il contrasto tra tradizione e progresso:

Per me l’uomo era un tutto, sia biologico che d’esperienza e la clonazione per me violava i diritti naturali. La mia cultura mi aveva insegnato ad accettare la vita come un dono, la vecchiaia come un privilegio e la morte come inevitabile per passare dall’altra parte del fiume nel paese degli antenati anche se non si sa nuotare. Ma qui in Eurolandia, noi VV (Veri-Vecchi) eravamo definitivamente considerati come dei reperti archeologici. (Ivi., p. 18)

Due lezioni è una favola che racchiude insegnamenti morali, i cui protagonisti sono animali personificati, Késsé-la-scimmia e Alen-il-montone.

Gimi è invece il protagonista del racconto omonimo, che si presenta sottoforma di una testimonianza, riportando la storia di un albanese che vive in Italia da quattro anni, emblema di tutti quegli immigrati che lasciano la propria patria – senza mai dimenticarla – alla ricerca di un futuro migliore, ma costretti a confrontarsi nel paese europeo con una dura realtà.

Il racconto La mano invisibile ci conduce in un’atmosfera di sogno, che ci permette di uscire per un attimo dalle situazioni complesse della vita e di poter vagare in un clima di armonia e di dolcezza.

«A me papà della tua Africa non me ne frega niente!» (Ivi., pp. 71-81: p. 71) è l’incipit di Identità trasversa, un racconto che tocca la problematica delle seconde generazioni di immigrati, attraverso il monologo immaginario di Kuami, un diciassettenne, che si rivolge ai genitori in modo aspro e diretto, rifiutando le sue origini e tradizioni africane. Kuami racchiude la voce di quei bambini e giovani immigrati costretti a fare i conti con il colore della pelle, a lottare per integrarsi con i compagni bianchi e, una volta riuscitici, a rifiutare l’idea del rientro in Africa:

Vi siete mai chiesti cosa voleva dire per me trovarmi unico “di colore” in una classe di bianchi? Vi siete mai immaginati la mia dolorosa sorpresa quando il primo bimbo stupido mi ha dato del “negro”? Io, in mezzo a loro non mi ero neanche mai accorto di essere diverso. Non è che uno si alza tutte le mattine a specchiarsi dicendosi: “Toh, sono negro!” Sono gli altri che ti vedono diverso. […] E ora che con fatica mi sono integrato, ora che mi conoscono e mi apprezzano per quello che sono, voi mi venite a parlare di ritornare laggiù. (Ivi., pp. 73-74)

L’agitata notte del ragazzino si conclude però con un tono più sereno, comprendendo di appartenere a due patrie:

Ormai questo paese, che considero il mio, è anche il vostro. Un figlio è a casa da suo padre come da sua madre. L’Africa è per me come una madre e qui mi sento da mio padre. […] Io qui sono nato e qui voglio rimanere anche se mi sento di appartenere a due patrie. (Ivi., p. 80)

Un velo di tristezza e crudeltà ricopre Germogli recisi che, ambientato in Africa, si sofferma sul tragico aspetto delle guerre, che arrivano a coinvolgere persino i bambini.

L’ultimo racconto Sognando una favola ruota attorno al tema del ritorno, narrando la felice storia di una famiglia che rientra in Africa in occasione delle vacanze di Natale. Il testo ci propone quindi un viaggio tra due culture, grazie al contatto fra diverse generazioni, in quanto i nonni raccontano ai nipoti la storia della loro vita, toccando varie tematiche, come quella dell’ospitalità, del colore della pelle, delle coppie miste, inviando un messaggio di armonia ed equilibrio, ovvero che «ci sono cose buone e non buone in ogni cultura, in ogni paese» (Ivi., pp. 95-109: p. 100).

La questione delle diversità culturali è centrale anche in Imbarazzismi (2002-a) e Nuovi imbarazzismi (2004), dove Kossi Komla-Ebri propone al lettore una serie di situazioni di quotidiano imbarazzo, narrate con ironia e leggerezza. Situazioni tipiche della società attuale, in cui il contatto con persone di cultura diversa ci porta a dipingere “l’altro” attraverso una serie di pregiudizi.

Con La sposa degli dèi. Nell’Africa degli antichi riti (2005) lo scrittore costruisce un racconto lungo che ha il sapore di una favola, dove alla narrazione al passato si alterna l’uso del tempo presente, e ai valori della cultura tradizionale africana si alternano i riferimenti ai tratti tipici della nostra civiltà occidentale.

L’unico romanzo dell’autore togolese, Neyla (2002-b), è centrato su un tema a lui caro, a cui spesso ricorre nelle sue opere, ovvero il ritorno in patria. Neyla è una figura femminile che incarna la metafora dell’Africa, a cui il narratore si rivolge in seconda persona: la forma migliore per poter entrare in intimità con il personaggio.

Anche in questo testo affiorano riflessioni relative alle due culture, con riferimenti a variegate sfaccettature: «le città africane ed europee, le pratiche mediche africane ed europee, le relazioni familiari africane ed europee, i reciproci stereotipi e pregiudizi africani ed europei» (Pedroni, 2002-b, pp. 5-8: p. 6), che conducono a una crisi d’identità del narratore/autore:

Non ero né di qua né di là. Preso in quella morsa sandwich di due culture, stavo diventando generazione ibrida, non essendo più né africano totalmente e neanche europeo. Ho vissuto per anni in quella fitta nebbia fra il non più e il non ancora, sulla strada vischiosa ed incerta di un divenire. (Komla-Ebri, 2002-b, pp. 44-45).

Neyla «non simbolizza soltanto la riconciliazione con la propria terra, ma è anche la figura dell’accettazione della propria terra cambiata. […] L’Africa che Neyla rappresenta, dunque, non è una terra idilliaca: essa ha conosciuto lo sfruttamento dell’Occidente e ne vive ancora la seduzione» (Cacciatori, 2002-b, pp. 98-102: pp. 100-101).

I saggi di Komla-Ebri sono usciti sulla rivista “Lettere” e sulla rivista “Caffè”; il saggio Anch’io sono l’Italia, dedicato alla letteratura italiana della migrazione, è stato pubblicato sulla rivista tedesca Die Brücke (fonte: sito di Kossi Komla-Ebri).

[1] Queste informazioni sono state ricavate grazie a uno scambio di e-mail con l’autore Kossi Komla-Ebri.

  • R. Cacciatori, Postfazione di Neyla, Milano-Barzago, Edizioni dell’Arco-Marna, 2002-b, pp. 98-102.
  • K. Komla-Ebri, Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero, Milano-Barzago, Edizioni dell’Arco-Marna, 2002-a.
  • K. Komla-Ebri, Neyla, Milano-Barzago, Edizioni dell’Arco-Marna, 2002-b.
  • K. Komla-Ebri, All’incrocio dei sentieri, Bologna, EMI, 2003.
  • K. Komla-Ebri, Nuovi imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero… e a colori, Milano-Barzago, Edizioni dell’Arco-Marna, 2004.
  • K. Komla-Ebri, La sposa degli dèi. Nell’Africa degli antichi riti, Milano-Barzago, Edizioni dell’Arco-Marna, 2005.
  • K. Komla-Ebri, Vita e sogni. Racconti in concerto, Bologna, Edizioni dell’Arco, 2007.
  • V. A. Mmaka, Nella mia Africa il mio cuore è italiano, 4 marzo 2003, consultabile online al sito http://www.valentinammaka.net/kossi.htm (intervista a Kossi Komla-Ebri).
  • P. N. Pedroni, Prefazione di Neyla, Milano-Barzago, Edizioni dell’Arco-Marna, 2002-b, pp. 5-8.
  • E. W. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Raffaello Cortini, 2002.
  • Sito di Kossi Komla-Ebri: http://www.kossi-komlaebri.net/

Salah Methnani

SALAH METHNANI (TUNISI, TUNISIA, 1963)

Contributor: Ilaria Rossini

Salah Methnani, nato nel 1963 a Tunisi, dove si è laureato in Lingue e Letterature straniere moderne, arriva in Sicilia l’8 ottobre 1987. In Italia inizia il suo vero viaggio alla scoperta della cultura e della civiltà italiane e studia da autodidatta la lingua del paese ospite. (Taddeo, 2006-a, p. 1):

Rifiuto l’esclusione dalla società in cui vivo e dichiaro battaglia alla mia ignoranza della lingua di Dante. Mi cimento a decifrarla e passo ore e ore a casa sui libri di grammatica per poter essere ammesso a pieno titolo fra gli altri. Impossessarmi infine di quello strumento linguistico senza il quale rimarrei per sempre un eterno clandestino. (Methnani, 2002, p. 2).

Ha  tradotto dall’arabo all’italiano la raccolta di racconti di Mohamed Choukri Il folle delle rose, e pubblicato saggi, racconti e articoli su diversi giornali e riviste italiane. Ora lavora come giornalista per Rainews 24  (Taddeo, 2006-b, p. 1).

Al centro dei suoi scritti troviamo il tema dell’immigrazione, come testimoniano i racconti L’oggi che non c’è mai (1993), Attesa (1994) e Identità (2006), uniti proprio dal filo conduttore dell’esperienza migratoria.

L’oggi che non c’è mai oscilla tra il presente e il passato del giovane protagonista, un immigrato che vive in Italia, che sente il peso della solitudine, della marginalità e della diversità:

Una voce che comincia a prendere corpo lentamente fino a soffocarmi. Tu sei diverso, sei uno straniero non hai il diritto di sfiorare neanche un capello delle nostre donne, voi altri siete barbari, avete la poligamia, opprimete le donne, le maltrattate e via dicendo – continua a dirmi quella inusitata voce. (Methnani, 1993, p. 1)

È per questo che i suoi pensieri corrono indietro nel tempo, ripercorrendo i momenti felici della sua infanzia:

L’epoca dei bei tempi, dell’innocenza, del possibile; non erano ancora stati emessi dei divieti. Era tutto naturale, il sogno dei bambini non veniva soffocato e la vita aveva più gusto di ora; non mi ponevo il problema dell’esilio del corpo, né lo sradicamento dell’anima. (Ivi., p. 2)

Attesa pone invece il focus sul tema del dolore delle madri rimaste in patria, che stabiliscono un contatto con i loro figli emigrati in Europa solo grazie al telefono. I protagonisti sono un’anziana donna, Rachida, e il figlio Salah, emigrato a Roma, il quale però non dimentica mai la figura materna:

Le sue telefonate a Rachida furono sempre regolari, la chiamava ogni fine settimana per sapere sue notizie e aggiornarla sugli ultimi sviluppi della sua vita. […] A nessuno dei due pareva che pesasse molto la distanza. Fu l’ultima conversazione a spaventare Rachida e a fare risvegliare in lei la voglia di rivedere suo figlio dopo tanto tempo. La voce di Salah perveniva soffocata, quasi spenta. Una tosse convulsa tradiva un malessere di fondo di cui il figlio cercava di minimizzare le eventuali nefaste conseguenze. Per un anno intero non ricevette altre notizie. (Methnani, 1994, p. 2)

Il racconto si conclude in modo drammatico, facendo emergere la triste condizione degli immigrati sul suolo europeo, individui invisibili fra i vivi e anonimi fra i morti:

I suoi occhi stanchi che rimasero accesi per l’intera giornata si spensero per sempre col calar del sole. Così se ne andò il figlio di una madre che pazientemente aveva accettato che un’altra terra lo seducesse. Se ne andò ignaro di essere stato vittima di una malattia incurabile che la scienza moderna non era in grado di sconfiggere. (Ivi., p. 3)

Al centro del breve racconto Identità troviamo un personaggio da un nome particolare, Nessuno, invidioso del potere detenuto dagli europei, tanto che «volle pure lui avere un’identità così forte per riscattarsi dal suo vissuto insignificante» (Methnani, 2006, p. 1). Ci troviamo di fronte all’esperienza migratoria di un uomo, «curioso di scoprire il trucco che usavano quegli individui per mantenere la loro pelle bianca e avere gli occhi dipinti del suo colore preferito: il blu del cielo […]. Persone che parlavano una lingua diversa dalla sua, che si vestivano stranamente per i suoi gusti […]» (ibidem); e sarà proprio nel nuovo territorio che morirà, dopo aver abbandonato il suo mondo per rincorrere quell’ambita identità che non gli fu mai riconosciuta.

Il racconto Il mio primo viaggio (2010) non si concentra invece sulla questione migratoria. L’attenzione ruota attorno a un personaggio italiano, convertitosi all’Islam a trent’anni, che da buon musulmano compie il suo primo pellegrinaggio alla Mecca, insieme a tante altre persone di nazionalità diversa. Il testo, grazie all’incontro tra il protagonista e un altro italiano, Sandro, ci propone spunti relativi alla dimensione italiana attuale e del passato, ripercorrendo alcuni stereotipi sull’italiano e alcuni aspetti della realtà nazionale. Il protagonista nota infatti come «il suo [di Sandro] modo di gesticolare mentre parlava al cellulare non lasciava dubbi sulla sua italianità» (Methnani, 2010, p. 1), introducendo due elementi che “caratterizzano” coloro che parlano “la lingua di Dante”: il gesticolare e l’uso del cellulare; seguono poi le immagini della frenesia dei suoi connazionali e dell’Iphone perduto e ritrovato, che senza dubbio deve appartenere a un italiano. Emergono inoltre le lamentele di Sandro circa le vicende politiche italiane, i riferimenti ai programmi televisivi italiani da lui più seguiti e il ricordo orgoglioso di grandi personaggi italiani del passato.

Nell’intervento di Methnani esposto a Ravenna il 9 ottobre 1992, lo scrittore tunisino concentra lo sguardo sul tema della migrazione, soffermandosi sul concetto di “ghurba”, ovvero l’assenza e la separazione dell’immigrato dalla terra di origine (Methnani, 1992, p. 1).

Con il saggio Lontano dalla madre lingua (2002), Salah Methnani prende in considerazione due tappe della sua vita: la prima parte del testo, infatti, intitolata “Tunisi”, narra la sua esperienza di giovane laureando presso la Facoltà di Lingue; la seconda, intitolata “Roma”, vede al centro il territorio italiano, in cui lo scrittore tunisino conduce una vita solitaria, chiedendosi continuamente: «Perché sono qui?» (Ivi., p. 2). Il saggio mette in rilievo la grande attrazione dell’autore per il mondo occidentale, spiegando il motivo del suo processo migratorio, che avviene non per bisogno, ma perché spinto dalla forza di esplorare nuovi territori e di arricchire le proprie conoscenze, arrivando però alla consapevolezza di sentirsi sempre e comunque un immigrato nel paese d’arrivo:

Porterò, volente o nolente quest’etichetta [di immigrato] finché il mio corpo e la mia anima continueranno a serpeggiare sotto le stelle dell’Italia che mi ha ospitato. Non cambia nulla se nel frattempo mi sono sposato con una cittadina italiana, se cammin facendo sono diventato padre di una bambina italiana, se per viaggiare nei paesi della comunità europea non dovrò più chiedere un visto. (ibidem)

Il suo desiderio di scrittura si deve infatti proprio al bisogno di raccontare le proprie vicende e quelle di altri immigrati, di denunciare le ingiustizie, di alleggerire il peso dell’umiliazione e di inviare messaggi che incitino alla creazione di una società più umana (Ivi., p.3).

Nel saggio Sguardo italiano e identità dell’altro, presentato a un seminario tenutosi nel dicembre 2007 presso l’Università di Macerata, Salah Methnani, come ci suggerisce il titolo, affronta la questione dello sguardo dell’autoctono sul migrante.

La scoperta del mio “io” veniva sempre dettata dallo sguardo degli altri; da coloro che mi hanno ospitato. È cosi che ho preso coscienza delle mie origini africane alle quali non avevo mai pensato prima, giacché mi consideravo semplicemente un cittadino tunisino in primo luogo e arabo in un secondo momento. L’etichetta di immigrato mi è stata appiccicata pochi mesi dopo il mio arrivo in Italia. A metà degli anni Novanta la parola d’ordine era “Mare Nostrum”, e di colpo sono diventato mediterraneo. Ricordo di non avere mai ostentato il mio essere “anche” di confessione musulmana, perché avevo sempre pensato che la religione fosse una questione privata fra Dio e le sue creature. (Methnani, 2008, p. 2)

Il testo ci permette di riflettere sul concetto di “identità”, valutando quanto ci si possa arricchire grazie al contatto con persone di diversa cultura, spronando quindi gli autoctoni a non aver timore delle differenze, che devono essere interpretate come una molla per migliorarsi e crescere senza pregiudizi.

Il romanzo Immigrato (1990), scritto con la collaborazione del giornalista Mario Fortunato, è una delle opere letterarie che inaugura la scrittura di migrazione in Italia. Methnani racconta in chiave autobiografica il suo ingresso nella realtà italiana, spiegando fin da subito che il suo desiderio di lasciare la patria nasce grazie a un viaggio a Trapani:

Dopo quel viaggio, il desiderio di evadere dal mio Paese crebbe di giorno in giorno. A Tunisi, mi sentivo soffocare. Io sognavo di andarmene, prima o poi. In molti ragazzi come me, il mito dell’Occidente era grandissimo. Nei caffè, la sera, si parlava della Francia e dell’Italia. (Fortunato – Methnani, 2006, p. 12)

Ma l’approdo in Italia sgretola l’idilliaco sogno, poiché entra in contatto con una realtà ostile, dominata da emarginazione, solitudine e razzismo:

Ora invece, ancora senza un lavoro seppur minimo, e con i soldi che diminuiscono pericolosamente, mi sento di colpo  restituito a una realtà che non riesco, che non voglio accettare. Sono costretto a non vedermi più, in così poco tempo, come un giovane laureato all’estero. Non sono già più un ragazzo che vuole viaggiare e conoscere. No: di colpo, mi scopro essere in tutto e per tutto un immigrato nordafricano, senza lavoro, senza casa, clandestino. Un individuo di ventisette anni venuto qui alla ricerca di qualcosa di confuso: il mito dell’Occidente, del benessere, di una specie di libertà. Tutte parole che stanno cominciando a sfaldarsi nella mia testa. (Ivi., pp. 25-26)

Questa totale estraneità al nuovo mondo si manifesta con reazioni fisiche che simboleggiano la difficoltà di Methnani di assimilare la cultura occidentale:

Ho vomitato a lungo, con sollievo. Mi pareva di liberarmi di un’infinità di cibo cattivo e di cattivi pensieri. Alla fine, con lucidità, ho pensato che risalire l’Italia corrispondeva, nella mia personale geografia, a una discesa nel Sud di me stesso. (Ivi., p. 42)

Salah è comunque costretto a rinunciare alla propria identità e ad attivare un processo di de-personalizzazione, a rinunciare a se stesso per assumere una maschera, un’identità che non gli appartiene ma che è quella che gli impone la società esterna ed estranea:

Da quando ho capito che la mia discreta conoscenza dell’italiano, invece di facilitare le cose, le complica, ho preso a parlare come ci si aspetta parli un «vu’ cumprà». Negli ostelli e nelle mense, dico: «Amigo incontrato stazione dire venire qua. Rubare me passaporto e soldi». Pare che questo linguaggio elementare tranquillizzi molto gli impiegati delle strutture  per l’accoglienza degli immigrati. (Ivi., p. 58)

E ancora:

Recupero una cassetta vuota, vi appoggio sopra i miei accendini e comincio a gridare:«Mila lire, accendini, mila lire». Dico anch’io «mila», invece di mille, perché ormai sono convinto che la gente si aspetti che un vu’ cumprà parli così. Così tutti i vu’ cumprà dicono «mila lire». (Ivi., p. 114)

Ecco che a volte, per ricucire la propria identità, si ricorre alla scrittura, vista come mezzo per risanare le ferite:

Col procedere dei giorni, mi scopro sempre più spesso ad aprire il mio quaderno. Molte pagine sono fitte di avvenimenti, di nomi, di date. Altre ospitano soltanto pochi scarabocchi, le iniziali di chissà chi, un confuso disegnino. […] La scrittura, in momenti come questi, diventa un blando analgesico.  (Ivi., p. 116)

Il protagonista in questo romanzo, ripercorrendo il tragitto classico del migrante che si sposta da sud verso nord ed entrando a contatto con vari aspetti della realtà occidentale – l’emarginazione, la povertà, la clandestinità, le frustrazioni, le delusioni degli immigrati – ci racconta dunque le varie esperienze che vive in prima persona nel territorio italiano, fino ad arrivare al capitolo conclusivo, in cui parla del suo ritorno, solo per un breve periodo, in Tunisia:

Era la prima vacanza in Tunisia. La mia prima vacanza da cittadino con regolare permesso di soggiorno in Italia, voglio dire. Anche le mie ferie dal lavoro erano «regolari»: tre settimane, poi sarei ritornato a Roma. (Ivi., p. 125)

Al rientro al paese natale prova però quel senso di estraneità che spesso colpisce tutti i migranti dopo una lunga permanenza in Europa, sentendosi uno straniero anche in patria:

Arrivai subito in piazza Bab Alioua, a Tunisi, e di lì presi l’autobus per Kairouan. Era curioso tornare a esprimersi in arabo con chiunque. Durante la breve fila per il biglietto, mi ero sentito per metà uno straniero. Era come se la realtà mi arrivasse di colpo dopo aver superato un qualche filtro, che la rendeva contemporaneamente comprensibile e ignota. Mi chiesi se, in un qualche modo sconosciuto, io avessi smesso di essere un tunisino. (Ivi., p. 126)

M. Fortunato – S. Methnani, Immigrato, Milano, Bompiani, 2006.

S. Methnani, Intervento a Ravenna, 9 ottobre 1992, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 3, numero 14, dicembre 2006,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=03_14&sezione=2&testo=0

S. Methnani, L’oggi che non c’è mai, 1993, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 3, numero 14, dicembre 2006,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=03_14&sezione=1&testo=0

S. Methnani, Attesa, 1994, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 3, numero 14, dicembre 2006,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=03_14&sezione=1&testo=1

S. Methnani, Lontano dalla madre lingua, Kúmá/Poetiche, 2002. Consultabile online al sito http://www.disp.let.uniroma1.it/kuma/poetica/methnani.html

S. Methnani, Identità, 2006, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 3, numero 14, dicembre 2006,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=03_14&sezione=1&testo=2

S. Methnani, Sguardo italiano e identità dell’altro, Kúmá/Interculturalità, 2008, http://www.disp.let.uniroma1.it/kuma/intercultura/kuma15methnani.pdf

S. Methnani, Il mio primo viaggio, 2010, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 7, numero 30, dicembre 2010,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_07_30-section_1-index_pos_2.html

R. Taddeo, Domande da rivolgere a Methnani – Intervista,  El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 3, numero 14, dicembre 2006-a,  http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=03_14&sezione=7&testo=0

R. Taddeo, Introduzione. Salah Methnani e Mario Fortunato: gli autori di Immigrato, El ghibli, Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 3, Numero 14, dicembre 2006-b, http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=03_14&sezione=0

Shirin Ramzanali Fazel

SHIRIN RAMZANALI FAZEL (MOGADISCIO, SOMALIA, 1953)

Contributor: Ilaria Rossini

Shirin Ramzanali Fazel è nata a Mogadiscio il 26 maggio 1953, da madre somala e padre pakistano. In Somalia frequentò le scuole italiane: la scuola elementare privata gestita da religiose cattoliche (Scuola Regina Elena) e successivamente la scuola media e il liceo, entrambi privati, ma gestiti direttamente da Roma dal Ministero della Pubblica Istruzione, con programmi ministeriali ufficiali, come ogni scuola pubblica attiva sul territorio italiano. (Hopkins, 2007, pp. 1-2)

Nel 1971 si trasferì con la famiglia in Italia. Nel 1969, infatti, Siad Barre salì al potere ed esercitò la persecuzione di dissidenti del regime e stranieri: chi non aveva il passaporto somalo doveva lasciare il paese. Visto che suo marito era meticcio con passaporto italiano e suo padre pakistano, lasciare la patria fu l’unica soluzione. Si stanziò quindi a Novara, dove abitò per cinque anni, per poi sentirsi “costretta” ad un’ulteriore fuga, nel 1997, a causa dell’atteggiamento ostile e diffidente degli italiani. Iniziò quindi una vita nomade, spostandosi tra Zambia, Stati Uniti e Arabia Saudita, fino al 2004, quando si stabilì definitivamente in Italia. (Morassutti, 2009, p. 1)

Ha collaborato in Italia con diverse associazioni di solidarietà alle donne immigrate, si occupa di intercultura nelle scuole e partecipa a tavole rotonde e conferenze sulla Somalia, sulle donne africane e sull’Islam.

È autrice dei racconti: Il segreto di Omdurmann, pubblicato nel 1995 su “Studi d’Italianistica nell’Africa Australe”, Gabriel e La Spiaggia pubblicati nel 2008 rispettivamente su “El Ghibli” e “Scritture Migranti”, Villaggio globale e Mukulaal pubblicati nel 2010, il primo su “El Ghibli” e il secondo nell’antologia “Roma d’Abissinia”, e di due romanzi: Lontano da Mogadiscio (Roma: Datanews, 1994) e Nuvole sull’equatore. Gli italiani dimenticati. Una storia (Cuneo: Nerosubianco, 2010).

Il segreto di Omdurmann, illustrandoci alcune tradizioni e usanze africane, fa emergere la sottile critica dell’autrice nei confronti di una donna «calpestata nei suoi sentimenti e nella sua dignità» (Taddeo, 2008, p. 1). Il racconto ruota intorno ai temi del matrimonio, della poligamia e della maternità, quella maternità quasi obbligata da parte del marito della protagonista, che desidera ad ogni costo almeno un figlio maschio, che verrà alla luce solo dopo undici bambine.

Il racconto Gabriel affronta il tema dell’emigrazione degli africani verso l’Occidente, toccando varie sfaccettature: il sogno di Gabriel di raggiungere l’Europa, immaginata come un paradiso; la dura realtà della vita nel nuovo territorio; la nostalgia della patria e dei propri cari; il ritorno temporaneo al proprio paese natale; il tema della doppia assenza; il rientro in Europa con la moglie Eveline e la figlia Emily; la problematica delle seconde generazioni; il definitivo ritorno in Africa:

Ho paura che Emily possa vergognarsi di noi, un giorno; ho paura che Emily non sarà mai accettata da loro… in fondo ha sempre la pelle nera. Ho paura di invecchiare in questo paese, ho paura di perdere nostra figlia. Ho paura che Emily non si sentirà a casa in Africa, e non si sentirà completamente a casa neanche qui!  […] Partivano per tornare a casa propria… per sempre. (Ramzanali Fazel, 2008, p. 4)

La spiaggia è un racconto che ci immerge in un paesaggio naturale e nei suoi protagonisti, dipingendo un quadro degli animali e delle persone che lo attraversano; un testo che a fine lettura lascia un senso di amarezza, a causa della «illusione di molti ragazzi che si mercificano per «trovare il modo per uscire dalla miseria» (Taddeo,  2008, p. 1).

Con il racconto Villaggio globale, come ci suggerisce il titolo, entriamo in una dimensione in cui si annullano le distanze culturali, in un ambiente africano dove abbondano bancarelle di vestiti usati  «con le scritte più disparate DG, Nike e tutte le firme di cui andavano matti gli occidentali […]» (Ramzanali Fazel, 2010, p. 2) e dove il ragazzino Juma, entusiasta nell’avere come regalo dall’europeo Raymond – in vacanza in Africa – un paio di scarpe per giocare a pallone, esclama: «I want ADIDAS!» (Ivi., p. 4).

In Mukulaal l’autrice delinea i tratti delle vicende storiche che riguardano la città di  Mogadiscio prima e dopo la caduta del regime di Siad Barre, soffermandosi sulla trasformazione della realtà e delle famiglie, sul dolore, sulla violenza e sulla paura che regnano durante la guerra civile e sul ricordo di una Mogadiscio cosmopolita e piena di vita  che non c’è più.

Il romanzo Lontano da Mogadiscio è diviso in sei parti: nella prima parte il tema centrale è la Somalia del passato; per un’intera pagina si susseguono costrutti anaforici formati da “c’era” e “c’erano” che tinteggiano un “paese fatato”: la città di Mogadiscio. La scrittrice prosegue presentandoci un quadro minuzioso delle varie usanze africane, esponendo alcuni tratti della quotidianità, spiegando il valore dell’ospitalità, illustrando vari aspetti della realtà, come i funerali, gli incontri, le scampagnate, il clima, le feste e la presenza degli italiani, ancora non visti come colonizzatori.

Con la seconda parte si entra nella sfera autobiografica, grazie al tema della partenza verso l’Italia:

La sera prima della partenza non ho chiuso occhio per l’agitazione. Eppure non partivo da sola; partivo con mio marito e la mia bambina di due mesi. Lei era così piccola, indifesa, e anche noi eravamo dei ragazzini. Era la prima volta che lasciavo la mia famiglia, i miei amici e il mio paese. Non è stata una decisone facile, ma non c’era altra alternativa; il futuro non offriva buone prospettive per noi. […] Per farmi coraggio mi convincevo che andavo in un paese che in fondo conoscevo già: l’Italia l’avevo studiata sui libri sin dai tempi delle elementari. Ho avuto amici e compagni di scuola italiani. Molti di loro avevano il padre italiano e la madre somala. Era come se fossi vissuta all’ombra dell’Italia per anni. (Ramzanali Fazel, 1994, p. 25)

Segue dunque il significativo resoconto delle impressioni provate al momento dell’arrivo nella nuova terra, in cui l’autrice prova il senso della solitudine, scopre il colore della sua pelle, sperimenta i pregiudizi degli italiani sui migranti, sente il peso della nostalgia del proprio mondo e si chiede più volte: «Dove è la mia casa?» (Ivi., p. 27).

Con la terza parte Ramzanali Fazel, illustrando i suoi spostamenti con la famiglia in giro per il mondo, sottolinea il valore del viaggio e della conoscenza di nuove realtà, trasferendo tale ricchezza alle figlie:

Quando le mie bambine erano piccole, le portavo a passeggio per Novara. A me sembrava che mi mancasse lo spazio, non vedevo il cielo, c’erano troppe case. […] Dentro al mio cuore mi sembrava di privarle di qualcosa di cui avevano diritto, ma che io non potevo trasmettere. Parlandone con mio marito decidemmo che era giusto far conoscere anche a loro l’Africa. Noi ci portavamo dentro preziosi ricordi della nostra infanzia e volevamo che anche le nostre bambine avessero dei ricordi di quella terra meravigliosa. Mio marito si diede da fare per trovare lavoro all’estero, e quando venne fuori la proposta per lo Zambia, eravamo felici. […] Ora a distanza di anni concordiamo che sono stati tra i più bei ricordi dell’infanzia delle nostre ragazze. (Ivi., p. 35)

La quarta parte si apre con un tono di amarezza, dipingendo una Somalia devastata dalla guerra, dove perfino i bambini sono dei soldati:

Gli uomini non distinguono più il fratello, la sorella, il bambino. Con in braccio il loro kalashnikov si sentono degli dei. Rubano, saccheggiano, violentano, ammazzano. Si inebriano con la droga. Non hai più né padre né madre. Non hai pietà di niente. Distruggi la tua gente, il futuro ed il passato. (Ivi., pp. 42- 43)

Con la quinta parte si mostra l’immagine che gli italiani avevano e hanno dell’Africa, un’immagine che rappresenta solamente i tratti negativi di questa terra:

La solita Africa che il mondo occidentale identifica con carestie, immagini di bambini denutriti e senza nome, tribù che si uccidono, siccità e disperazione. Il mio cuore africano sanguina ed urla di dolore, ma è un urlo silenzioso. Vorrei gridare a tutti che l’Africa è un continente ricco, generoso, colmo d’amore e di sensazioni indescrivibili. (Ivi., p. 54)

La sesta parte affronta di nuovo la questione dell’inserimento della scrittrice nella società italiana:

La domanda ricorrente sin dai primi giorni in Italia e che ancora oggi molti mi rivolgono è: «Ti piace l’Italia?». Alla mia risposta affermativa segue l’inevitabile domanda successiva: «Preferisci stare qui, o al tuo paese?» […] Ma perché la gente non riflette prima di fare domande così idiote? Queste persone non capiscono e non immaginano minimamente il dolore che si prova a lasciare il proprio paese. Quando si emigra, lo si fa per scelta obbligata. Io sono cittadina italiana, partecipo e vivo i problemi, le sofferenze che quotidianamente tutti gli italiani affrontano. Contribuisco alla vita e allo sviluppo di questo paese. Ora che entrambi i miei genitori sono sepolti qui, mi sento ancora più legata a questa terra. L’Italia è la mia casa, qui ci sono i miei affetti, i miei amici; anche se c’è sempre qualcuno che mi ricorda che sono un’intrusa, una diversa. (Ivi., pp. 62-63)

Il libro si conclude con il pianto di dolore della Ramzanali Fazel per la triste condizione di Mogadiscio:

Io piango per la mia città che non esiste più, per un popolo che soffre, per una terra distrutta, per gli uomini impazziti, per gli animali morti. Io piango perché gli unici suoni che sento sono: fischi di pallottole, scoppi di bombe e colpi di bazooka che si alternano a grida, singhiozzi, pianti e litanie di morte. Io piango perché non ho un futuro, io piango perché l’odore della morte mi fa paura, io piango perché non voglio che la mia speranza muoia. (Ivi., p. 65)

Il secondo romanzo della scrittrice somala, Nuvole sull’equatore. Gli italiani dimenticati. Una storia, non consiste in una testimonianza di taglio autobiografico, infatti fin dall’inizio entriamo in contatto con un personaggio di fantasia, Giulia, una ragazzina dal nome italiano collocata in una dimensione africana. Il libro narra i vent’anni dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia (AFIS) ponendo l’attenzione sul meticciato: Giulia è figlia di Guido, un fiorentino e di Amina, una donna somala. La bambina è quindi l’esempio di quell’intreccio di culture che dovrebbe essere visto come fonte di arricchimento, anche se in realtà il mondo educativo circostante la costringe ad un appiattimento, in cui prevalgono gli aspetti della vita occidentale:

Contenta, raggiungeva suo padre al tavolino, mentre il cameriere serviva un caffè espresso, un’aranciata Mao-Mao, immancabilmente accompagnata da una brioche. È il sapore di quell’aranciata che Giulia si porta dentro: dolcissima, contenuta in una bottiglia tondeggiante di vetro ruvido al tatto. (Ramzanali Fazel, 2010, p. 15)

«Guido, dopo lunghi anni di Africa coloniale non riusciva a digerire questa nuova realtà. Stava pensando a delle alternative, ma non era pronto per tornare in Italia. Così dopo accese discussioni con Amina decise di partire per il Kenya» (Ivi., p. 37); ma Amina «era cosciente che la società non accettava bambini senza padre; peggio ancora se il padre era un “gaal” [un bianco]. Guido, per loro, era stato uno scudo di protezione, la loro forza. Senza la sua figura, Giulia era esposta a discriminazioni; così il collegio, anzi “la missione” diventava l’unica risposta. Amina pensava così di proteggerla da una società tribale, dove i figli appartengono alla famiglia del padre» (Ivi., p. 53). Giulia cresce quindi in un ambiente drammatico, in cui riceve un’educazione rigida e pian piano scopre anche la diversità di trattamento fra bianchi e meticci:

Giulia percepiva nettamente la disparità di trattamento attuato dalle suore. Una mattina era venuta la mamma bianca di un’alunna; tutta la classe si dovette alzare per salutare: “Buongiorno signora!” Rimasero in piedi finché la suora non ordinò di sedersi. Poi la maestra interruppe la lezione, dedicando tutta l’attenzione all’ospite. Le rare volte in cui vennero le mamme nere, la suora faceva loro cenno di stare fuori ad aspettare. Giulia si accorse che anche durante le interrogazioni, il tono della suora verso i meticci era più severo. Gli alunni bianchi erano invece messi a proprio agio e se a domanda, sul momento non avevano pronta la risposta corretta, potevano sempre contare sull’imbeccata della suora. (Ivi., p. 93)

L’ultima parte del romanzo affronta la questione della partenza di Giulia dalla Somalia e del suo arrivo nel territorio italiano, avvolta da quella «curiosità di vedere finalmente questa Italia che aveva studiato sui banchi di scuola» (Ivi., p. 190), ma percependo anche il peso di sentirsi un’estranea, infatti «lei, italiana di pelle scura, non si sente per niente a casa sua» (Ivi., p. 194).

Ripercorrere le pagine degli scritti di Shirin Ramzanali Fazel – caratterizzate da un linguaggio armonioso, che lascia trapelare un velo di sensibilità e leggerezza, con l’obiettivo principale di far riflettere il lettore – permette dunque di comprendere quali siano i temi a lei più cari, ovvero quelli legati alla diaspora somala e alla sua patria, notando come la scrittura sia per l’autrice uno strumento per mantenere viva la memoria storica del suo paese che è in guerra da anni.

 

R. Hopkins, Somalia: passato, presente e futuro. Intervista con la scrittrice Shirin Ramzanali Fazel, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 4, Numero 18, dicembre 2007, http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_04_18-section_6-index_pos_1.html

S. Morassutti, Intervista a Shirin Ramzanali Fazel, Kúmá. Creolizzare l’Europa, dicembre 2009. Consultabile on line al sito http://www.disp.let.uniroma1.it/kuma/poetica/kuma17morassutti.pdf

 

S. Ramzanali Fazel, Lontano da Mogadiscio, Roma, Datenews, 1994.

S. Ramzanali Fazel, Il segreto di Omdurmann, Studi d’Italianistica nell’Africa Australe, Volume 8, Numero 2, 1995. Consultabile online al sito

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=05_23&sezione=2&testo=2

S. Ramzanali Fazel, Gabriel, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 4, Numero 19, 2008,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=05_23&sezione=2&testo=4

S. Ramzanali Fazel, La spiaggia, Scritture Migranti, Rivista di Italianistica dell’Università di Bologna, 2008.  Consultabile online al sito

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=05_23&sezione=2&testo=0

S. Ramzanali Fazel, Nuvole sull’equatore. Gli italiani dimenticati. Una storia, Cuneo, Nerosubianco, 2010.

S. Ramzanali Fazel, Mukulaal, in “Roma d’Abissinia. Cronaca dai resti dell’impero. Asmara, Mogadiscio, Addis Abeba”, a cura di D. Comberiati, Cuneo, Nerosubianco, 2010, pp. 13-22.

S. Ramzanali Fazel, Villaggio globale, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, Anno 7, Numero 30, 2010,

http://el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_07_30-section_1-index_pos_4.html

R. Taddeo, Considerazioni su “Il segreto di Omdurman”, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, 2008,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=05_23&sezione=2&testo=3

R. Taddeo, Considerazioni su ”La spiaggia”, El Ghibli. Rivista online di letteratura della migrazione, 2008,

http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=05_23&sezione=2&testo=1