Randa Ghazy è una scrittrice italiana, nata nel 1986 a Saronno da genitori egiziani emigrati in Italia. Nel 2002, giovanissima, ha pubblicato il suo primo libro, il romanzo breve Sognando Palestina, che ottiene un successo internazionale e viene tradotto in diverse lingue. Di seguito Ghazy ha pubblicato altri due romanzi: Prova a sanguinare. Quattro ragazzi, un treno, la vita (2005) e Forse oggi non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista (2007, tradotto in spagnolo). Un suo racconto, «Lettere volanti», è stato compreso nella raccolta Il carro di Pickipò (2006). Si è laureata in Relazioni Internazionali all’Univeristà di Milano, dove ora è iscritta al Master in Scienze Politiche ed Economiche. Ha scritto articoli sulla condizione dei migranti in Italia per L’Espresso http://espresso.repubblica.it/dettaglio/le-vite-negate-dei-lavoratori-clandestini/1455908, Panorama http://blog.panorama.it/italia/2009/07/10/la-scrittrice-randa-ghazy-troppi-episodi-di-razzismo-in-italia e Internazionale http://www.internazionale.it/search/?q=ghazy, e fa parte della redazione di Yalla Italia, rivista dedicata ai migranti di seconda generazione in Italia http://www.vita.it/pages/ricerca?cx=003337312052607024525%3Apkrasi_sil8&cof=FORID%3A11&ie=UTF-8&q=ghazy&sa=Cerca#936.

La sua fama è principalmente dovuta alle polemiche sollevate dal suo esordio letterario, Sognando Palestina: uscito senza troppo clamore in Italia, è divenuto presto un best-seller in Francia, provocando forti proteste da associazioni ebraiche che ne hanno chiesto la messa al bando. (http://www.nytimes.com/2002/12/12/world/jewish-groups-want-a-teenager-s-novel-withdrawn-in-france.html). Il libro, a loro dire, era colpevole di incitare la violenza e l’odio attraverso le sue aspre invettive contro i soldati israeliani e la sua risoluta simpatia per la causa palestinese e perfino, secondo le critiche, per gli attentati suicidi.

Eppure il romanzo scritto da Ghazy su un tema così delicato come la Palestina ha avuto in realtà una genesi evidentemente occasionale http://www.arabafenicenet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=745&Itemid=207, in quanto l’autrice non sapeva molto della Palestina quando nel 200, alla televisione, vide il filmato di un ragazzino palestinese, Muhammad al-Durrah, ucciso dagli spari dei soldati israeliani, mentre suo padre tentata invano di fargli da scudo (anche la verità di queste riprese sarebbe stata poi oggetto di polemiche). In precedenza Ghazy non aveva fatto esperienza della Palestina, direttamente o indirettamente, eppure si sentì spinta a prendere una posizione e a scrivere un racconto non appena comprese che, nelle sue parole, la Palestina è una «questione ereditaria» per l’intero mondo arabo, «trasmessa di padre in figlio». Di seguito Ghazy inviò il racconto a un concorso letterario, colpendo una giurata la quale, in quanto editor della casa editrice Fabbri, le chiese di sviluppare il testo in un romanzo. Ghazy prese molto seriamente l’impegno, tentando di compensare la mancanza di una reale conoscenza del soggetto con emozioni intense e una retorica sopra le righe.

Il romanzo racconta la storia di un gruppo di amici palestinesi, che vivono una vita di miseria e disperazione nella Striscia di Gaza. Tutti loro hanno perso parte delle loro famiglie e per questo cercano di ricostruirne una nuova attraverso l’amicizia, il loro unico vero sostegno durante la battaglia dell’Intifada. Ibrahim, Nedal, Ramy, Mohammad, Ahmed, Gihad, Riham, e Uilad sono infatti tutti alle prese con il passaggio dall’infanzia all’età adulta, che diviene più che mai difficile nel contesto del conflitto israeliano-palestinese. Alla fine la speranza è cancellata quasi del tutto, in quanto i protagonisti muoiono, restano mutilati, vanno in esilio o impazziscono.

Nonostante le veemenza dell’autrice, il libro presenta difetti sotto diversi punti di vista. La prosa di Ghazy, giocata sempre su toni alti e su cadenze che ricercano la poesia, si rovescia spesso in uno stile piatto e standardizzato, sovraccarico di cliché linguistici e tematici i quali non riescono a bilanciare la povertà di una sostanziale varietà. Inoltre l’assenza di un reale riferimento alla Palestina fa assomigliare l’ambientazione del romanzo a un improvvisato sfondo drammatico per un altrimenti ordinario racconto sull’adolescenza e i suoi sentimenti tipici, per quanto intensificati possano essere dalla guerra.

In ogni caso il romanzo dovrebbe essere valutato anche in base al suo statuto originario, ovvero un libro per ragazzi pubblicato in una collana per giovani lettori italiani, con i quali Ghazy condivideva non solo l’età ma anche un quadro culturale d’insieme fortemente basato sui media e la cultura pop.

Per esempio il titolo italiano Sognando Palestina echeggia «Sognando la California», la versione italiana della famosa canzone «California Dreamin’»; presentando il libro Ghazy stessa ha dichiarato di aver cominciato a scrivere all’impronta, ascoltando musica pop per aiutarsi a fissare un ritmo http://www.youtube.com/watch?v=9T95ajHlFM4. Perciò, oltre al fragile valore letterario del libro e alle accuse che ha ricevuto, la sua vera novità ha a che fare con lo status dell’autrice in quanto migrante di seconda generazione e di origini arabe in un paese non-arabo. La Palestina infatti è quel che consente a Ghazy di negoziare la sua identità italo-egiziana e ri-nativizzarsi all’interno di una rappresentazione ideologica ed emozionale non-nativa. È per questo che sminuire il romanzo per la sua non-autenticità http://www.nytimes.com/2002/12/28/international/middleeast/28FPRO.html?pagewanted=allnon coglie il punto essenziale che, nelle parole del critico Bruce Robbins http://www.logosjournal.com/robbins.htm,, sta nel fatto che Ghazy ha saputo dimostrare la sua «capacità di trattare un terreno estraneo come se fosse il suo terreno nativo», attraverso i mezzi di fortuna a sua disposizione,

Nei suoi romanzi seguenti Ghazy ha fatto emergere questa sua identità composita, passando dalla assertività di Sognando Palestina, tutta diretta verso all’esterno, a un’auto-interrogazione volta verso l’interno, alla sua condizione di cittadina occidentale dalle origini non-occidentali. Di conseguenza i punti di vista si moltiplicano, come è già evidente nel suo secondo libro, Prova a sanguinare, che segue i pensieri di quattro ragazzi in viaggio sullo stesso treno da Milano a Roma. Si tratta di Hayat, un’italo-egiziana, Ruth, un’israeliana, Daniel, un americano, e Ishi, un nativo americano.

Ghazy ha strutturato la combinazione dei sui personaggi in un modo esemplificativo e didascalico il quale da una parte sembra troppo semplificativo, ma dall’altra si mostra efficace nel dare vita a un’interazione di differenze culturali e individuali. Al principio ogni personaggio prova curiosità ma anche un senso di non-coinvolgimento e perfino di ostilità per i comportamenti, le origini e le opinioni degli altri; a poco a poco, comunque, essi si aprono alle diversità degli altri e divengono consapevoli di se stessi. Per esempio l’iniziale scontro silenzioso tra l’israeliana Ruth e l’italo-araba Hayat alla fine si rovescia in una solidarietà appassionata che ha che fare sia con le loro conflittuali eredità storiche sia con i loro problemi adolescenziali. Lo stile di Ghazy, coerentemente, è meno forzato che nel romanzo precedente, ed è segnato da un registro differente per ogni voce: quello di Hayat è emotivo ma controllato, quello di Ruth è acceso e talvolta scomposto, quello di Daniel è agitato e incerto, quello di Ishi è estremamente laconico e conciso. [link al testo] Il libro si può dunque leggere come una parabola sul bisogno di esporre il proprio io individuale e collettivo all’alterità del mondo, così che la vita posa fluire liberamente anche se dolorosamente, come indicato dal titolo stesso. “Prova a sanguinare”, ovvero a esporre il proprio io nella sua nudità, è infatti il consiglio di Ghazy per tutti quelli che cercano la loro identità in mezzo alle enormi ingiustizie e contraddizioni delle odierne società occidentali.

Destinato a un pubblico di adolescenti come i due precedenti, il terzo romanzo di Ghazy, Oggi forse non ammazzo nessuno, è ancora invischiato in cliché culturali, ma con l’intenzione di aprirsi un varco attraverso di essi per mezzo dell’ironia e dell’auto-riflessione, come il titolo stesso segnala. Lasciando da parte identità a lei non familiari (come nativi americani, americani, israeliani, palestinesi) e focalizzandosi su se stessa in un tono leggero e agrodolce, molto lontano dall’umore rabbioso di Sognando Palestina, Ghazy ha finalmente sviluppato la sua capacità di analizzare e descrivere le contraddizioni della sua propria condizione di ragazza musulmana nell’Italia post-11 settembre. E in particolare ha sollevato la questione del genere, in quanto la protagonista, Jasmine, è in lotta contro una serie di stereotipi consolidato imposti su di lei sia da musulmani che da non-musulmani. Ad esempio si innamora di un ragazzo italiano ma lo respinge non appena egli le riversa addosso i più banali cliché negativi sugli arabi; ma al tempo stesso Jasmine rifiuta anche un corteggiatore musulmano, che dietro alle spalle della ragazza manovra per prendere accordi con la sua famiglia. Eppure Jasmine deve venire a patti anche con modelli femminil musulmani, da un’amica che diventa una moglie apparentemente sottomessa alla sua stessa madre che è fiera di indossare l’hijab nonostante tutte le critiche di stampo occidentale. Alla fine Jasmine non si conforma a nessuno di queste figure, ma con il tempo comprende come, per quanto fisso possa sembrare, ogni modello femminile è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Per questo l’atteggiamento di Jasmine, e di Ghazy, inclina verso una posizione ironica e relativista: pone domande sull’identità multiculturale di una giovane italo-egiziana, soppesa molte soluzioni possibili e tenta di raggiungere un equilibrio tra gli opposti, ma non può concludere con nessuna soluzione diretta. I critici hanno notato questa finezza nel maneggiare questioni culturali delicate, ed è per questo che i loro pareri su Oggi forse non ammazzo nessuno sono stati generalmente favorevoli http://www.nytimes.com/2007/05/28/arts/28iht-povoledo.1.5897085.html http://www.disp.let.uniroma1.it/kuma/critica/kuma16pettinato.pdf.

Un’altra caratteristica del libro degna di nota è la polemica con Oriana Fallaci, la nota giornalista che subito dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 invocò una nuova crociata contro l’Islam e i musulmani, sostenendo tesi basate su triti assunti razzisti e un linguaggio di estrema violenza (a partire dal suo libro del 2001, La rabbia e l’orgoglio). Ghazy, ammiratrice della scrittura giornalistica pre-2001 di Fallaci, ha dichiarato di essersi sentita offesa e delusa nel leggerne gli influenti scritti islamofobici, e di avere pensato al libro come una risposta ad essi.

In questo modo Ghazy ha fatto il suo ingresso nel vasto dibattito italiano ed europeo sul multiculturalismo, ponendosi come portavoce dei giovani italiani di origini arabe e musulmane. A dispetto della sua ancora giovane età e della sua relativamente esigua competenza, ha già ottenuto una propria reputazione come commentatrice sui temi dei paesi arabi e delle condizioni dei migranti in Italia. Nel 2009 Ghazy ha portato all’attenzione di un vasto pubblico un drammatico evento privato, al fine di denunciare il diffondersi di odio e risentimento contro i migranti: un’intera famiglia italiana ha aggredito e picchiato suo padre (egli stesso cittadino italiano) a causa di una futile lite per un parcheggio, indirizzandogli pesanti insulti razzisti (vedi la cronaca del fatto e la video-testimonianza di Ghazy sul sito web del Corriere della sera http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_giugno_25/limbiate_pestaggio_razziale_padre_scrittrice_randa_ghazy-1601502815168.shtml).

Circa un decennio dopo il suo debutto così inesperto e controverso, Randa Ghazy sembra avere ridefinito la sua posizione di scrittrice italo-egiziana in una maniera più consapevole, affermandosi come un esempio di quei migranti di seconda generazione che stanno divenendo parte integrante della vita sociale, politica e culturale dell’Italia di oggi.  

Traduzioni inglesi

  • Dreaming of Palestine: A Novel of Friendship, Love and War, Cairo: The American University in Cairo Press, 2003.

Da Prova a sanguinare. Quattro ragazzi, un treno, la vita, Milano: Fabbri, 2005, pp. 27-29; 133-134.

Ruth

Alle guerre

Alle guerre che impestano il mondo, diffondono il loro fetore e incrostano i volti dei bambini di polvere, quella delle macerie che schiacciano i corpi, e di sangue, quello che manifesta il nostro vivere pulsante, viscerale, che dilagano come un virus cancerogeno e distruggono partendo dall’interno ed espandendosi concentricamente fino a infestare l’intero pianeta.

All’odio intenso e oscuro che si radica nell’ignoranza, sposa i pregiudizi, si avvale del passato pescando antichi rancori e, attualizzandoli con ferocia, sputa in faccia ai deboli e ribolle di disprezzo, contagia i vigliacchi e i senza causa, coloro che vendono l’anima al bel vivere, non conosce confini ma sa costruire barriere, e aspro, forte, ti sputa in faccia.

All’ipocrisia delle donne e degli uomini che chiudono gli occhi, fingono cecità, parassiti incoscienti, con occhi di larva che succhiano linfa fino a non rendersi più nemmeno conto di essere satolli, intorno l’olezzo dei loro misfatti celati, la vigliaccheria e le menzogne.

All’amore disperato e ansante, che ribolle d’angoscia, delle madri assassine e dei figli suicidi, dei ricchi del nostro tempo e dei rappresentanti politici, gli uni per il denaro gli altri per il potere, febbricitante, mai abbastanza.

A questa società che pretende di rivendicare una paternità su di me, ma che mi fa schifo e non mi trasmette nulla. Dove l’ostilità è il sentimento più naturale che muove la vita degli uomini.

Guardati intorno, vedrai gente che si odia, gente che si urla addosso e non si ascolta, che combatte e che si contende anche le briciole di pane.

Vedrai l’anima della guerra che si aggira dappertutto.

Fioca a volte, fino a impazzare mostrandosi intera altre volte. E terribile.

A queste persone che conosci da cinque minuti ma che già sai di odiare.

A tutto questo, a tutti questi, sto pensando.

***

 

Hayat

Tutto questo

 

Tutto questo – per intenderci, il modo di parlare di Ruth, il suo modo di mettersi in relazione con me, gli sguardi strani e intensi di Daniel, l’odio di Ishi per qualunque cosa accada – tutta questa situazione è ridicola per almeno un migliaio di motivi: uno, non conosco nessuno di questi tre; due, non li voglio nemmeno conoscere; tre, sono già timida e ho una naturale ritrosia ad espormi davanti ad estranei: perché mai dovrei farlo con questi? E poi un sacco di altre ragioni.

Rimango in silenzio per molti minuti. È curioso come un viaggio in treno possa farti riflettere su cose a cui neanche la vita ti ha mai portato a pensare.

Ruth, Ruth… sei un enigma per me. E come tutti gli enigmi mi intrighi, perché voglio risolverti. Ma non c’è soluzione alle persone. È questo il punto.

E Daniel? Vorrei imparare ad affrontare le persone come lui, a intrigarle. Colpirlo con quello che ho da dare.

Ishi invece mi sfugge, so che mi piace ma non capisco che tipo è.

Sembra strano che io sia qui su questo treno da così poco tempo e che sia così attratta da loro… come se ci fosse una sottile tensione sospesa che ci lega e ci rende tutti simili.

Qualcosa di impercettibile che mi stuzzica ad andare avanti e a non cambiare scompartimento e basta.

Forse è la sfida. Questi tre mi lanciano una sfida. Be’, la accetto.