Contributor: Andrea Gazzoni


Narratore, giornalista e performer algerino, Tahar Lamri nasce ad Algeri, nel 1958. Tra il 1979 e il 1984 si trasferisce in Libia, a Bengasi, dove completa i suoi studi universitari in Legge, e dove lavora come traduttore presso il consolato francese. Di seguito si trasferisce in Francia e infine in Italia, nella città di Ravenna, dove risiede dal 1987, lavorando come traduttore e interprete.

La sua lingua madre, ha dichiarato http://www.spaziopensiero.org/?p=197, è il sabir, una lingua franca composta di elementi arabi, italiani, spagnoli, francesi e altri ancora, un tempo parlata in tutto il Mediterraneo e oggi sopravvissuta solo in alcuni luoghi, tra i quali l’Algeria. Il francese e l’arabo, invece, sono le lingue che Lamri ha appreso a scuola.

Il percorso letterario di Lamri ha inizio solo in Italia, dove comincia a scrivere racconti brevi in lingua italiana, tra i quali «Solo allora, sono sicuro, potrò capire». Con questo racconto, che esplora le contraddizioni sorte dalla migrazione dall’Africa verso l’Europa, Lamri vince il premio per la sezione narrativa della prima edizione del concorso Eks&Tra, riservato a testi scritti da autori non italiani residenti in Italia.

Dall’anno successivo Lamri entra a far parte della giuria del premio; in questa veste, in occasione della V edizione del premio Eks&Tra, nel 1999, scrive una delle prime e più importanti riflessioni critiche della letteratura della migrazione, «E della mia presenza, solo il silenzio. Una riflessione lunga cinque antologie». In questo scritto, che pone l’Italia in una prospettiva euro-mediterranea all’incrocio tra continenti e culture, Lamri avanza l’idea dell’italiano come «lingua neutra», nella quale «l’Europa della ragione e il Mediterraneo della passione e del cuore» possano convivere al di là delle numerose frammentazioni storiche, nella speranza «che la scrittura potrà forse un giorno, malgrado tutto, riunire ciò che la storia ha separato». È la distanza liberatrice dalla lingua del colonizzatore (per un algerino, il francese) e dalla lingua materna che fa dell’italiano una lingua una da amare e abitare, in quanto lingua scelta senza costrizioni, di propria volontà, ma anche una lingua da modificare e ferire “amorosamente”, come ha dichiarato al seminario organizzato nel 2003 dalla rivista Sagarana http://www.sagarana.net/scuola/seminario3/seminario3_4.htm.

La sua riflessione letteraria successiva ha ripreso e approfondito questa idea, non solo a proposito della propria opera, ma anche del notevole corpus di opere scritte in italiano da autori di origine non italiana a partire dai primi anni ’90 http://www.trickster.lettere.unipd.it/doku.php?id=seconde_generazioni:tahar_la_scrittura.

Negli stessi anni in cui ha scritto i suoi racconti, Lamri ha sviluppato molteplici attività, tra l’altro realizzando il videoracconto La casa dei Tuareg e la narrazione teatrale Wolf o le elucubrazioni di un kazoo, e contribuendo all’edizione italiana dello spettacolo teatrale And the City Spoke, scritto dalla compagnia Exiled Writers Ink http://ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/atti05spoke.htm. Ha anche collaborato con la compagnia Teatro delle Albe di Ravenna, che fin dagli anni ’80 ha lavorato a un incrocio delle lingue e memorie della Romagna e dl Senegal. È anche direttore del Festival delle Culture di Ravenna http://festivaldelleculture.wordpress.com, presidente della rete Media Interculturali Emilia Romagna, collaboratore dei riviste tra cui «Internazionale» http://www.internazionale.it/search/?q=lamri e redattore del periodico «Città meticcia» http://www.perglialtri.it/meticcia/cata_pasearch.php?paCatID=cat6.

Nel 2006 i racconti di Lamri, alcuni dei quali già apparsi in riviste e antologie, sono riuniti nell’unico libro da lui finora pubblicato, I sessanta nomi dell’amore.

Nonostante da allora Lamri abbia pubblicato un numero esiguo di racconti, la sua presenza all’interno della cultura italiana è diventata sempre più significativa, con partecipazioni a seminari, convegni, dibattiti e incontri su temi che vanno dalla letteratura al giornalismo, dall’intercultura alla politica, dal razzismo alle nuove cittadinanze.

Il profilo multiforme di Tahar Lamri è dunque l’esempio d’un intellettuale a tutto tondo e pienamente integrato che, da una parte, cerca di promuovere lo scambio reciproco tra culture, ma che, d’altra parte, non rinuncia al diritto di prendere posizione pubblicamente riguardo alle contraddizioni, alle tensioni e alle domande poste dalle trasformazioni multiculturali che investono l’Italia, l’Europa e il Mediterraneo nel XXI secolo. Il cuore della strategia culturale di Lamri sembra essere lo sforzo costante di instaurare un dialogo con un’alterità apparentemente distante, condividendone, da outsider, i più intimi riferimenti, per esempio appropriandosi di classici moderni come Pasolini (vedi Lamri che legge «Profezia»,  una poemetto del 1964 che anticipava le migrazioni di oggi nel Mediterraneo http://www.youtube.com/watch?v=s0Oyzc8usWk) o di dialetti italiani come il romagnolo (vedi Lamri in dialogo con il cantastorie romagnolo Sergio Diotti http://www.youtube.com/watch?v=zRNUAlrvaIY), così che i sui ascoltatori, spettatori o lettori italiani possano guardare a se stessi dentro a uno specchio creolizzato.

Il significato della cultura, Lamri sembra suggerire, è la sua capacità di creare nuove relazioni e di dare forma a quelle esistenti. Nei Sessanta nomi dell’amore questo principio dialogico pervade piani diversi della narrazione e dà forma alla che incapsula tutti i racconti: la corrispondenza via e-mail tra l’italiana Elena e il maghrebino Tayeb. Il motivo che dà avvio al libro è quello la curiosità interculturale: a Elena interessa sapere qual è il significato preciso di ognuna delle sessanta parole che, in arabo, possono significare “ti amo”. Così comincia un dialogo che tocca la scrittura, la memoria e le passioni, portando i due protagonisti a innamorarsi in gioco di scoperta e di avvicinamento reciproci. E tuttavia l’unione si rivelerà impossibile,  mettendo fine alla loro relazione amorosa. Lamri riprende così gli utilizzi classici e contemporanei della cornice narrativa (dalle Mille e una notte alle Città invisibili Calvino), insieme al motivo tradizionale del contrappunto amoroso (con echi dal Cantico dei Cantici), facendo del dialogo tra Elena e Tayeb l’allegoria della relazione tra differenze interculturali nella società contemporanea.

I racconti emergono dalla cornice come i doni di Tayeb per Elena. Il primo è il già citato Solo allora, sono certo, potrò capire, al quale segue un testo brevissimo che fin dal titolo, Occhiacci di legno, perché mi guardate?, evoca il Pinocchio di Collodi per seguire i pensieri paradossali di un bambino straniero alle prese con la lingua italiana. Di seguito troviamo Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano [link al testo], una versione scritta della video-narrazione La casa del tuareg. Il narratore ci guida nel deserto dei nomadi berberi del Sahara, presentandoci questa popolazione attraverso un procedimento obliquo fatto di deviazioni, differimenti, rivelazioni sorprendenti e salti metanarrativi. Attraverso echi da Borges e dal Chatwin delle Vie dei canti il racconto evoca e allo stesso tempo contraddice gli schemi prefissati e unilaterali con i quali l’Occidente è solito conoscere l’alterità culturale.

Il racconto centrale del libro è Il pellegrinaggio delle voci. Questa narrazione corale è la versione scrittta dell’omonima narrazione teatrale, presentato in numerose occasioni e in diverse versioni fin dal 2001 (vedi la lettura del 2008 al Dickinson College http://www.youtube.com/watch?v=iEWFsbcl9HE): seduto su un tappeto, accompagnato da un musicista e da immagini proiettate alle sue spalle, Lamri conduce il pubblico in un viaggio attraverso una sequenza di storie narrate da voci di cantastorie da diversi luoghi italiani e africani. Il percorso parte da un meddah (cantastorie) maghrebino,  passa per le storie della Pianura Padana che si ripetono da un dialetto all’altro, da una generazione all’altra e da una località all’altra, e infine torna di nuovo verso sud, sotto la guida di un meddah della Casbah di Algeri e di un griot senegalese. Il pellegrinaggio termina simbolicamente nei pressi di un baobab, l’albero delle narrazioni: «l’unico albero che, per forma, assomiglia ai narratori, perché quando è spoglio sembra avere le radici per aria».

Gli altri racconti del libro sono schegge narrative, diverse per tono e tema: «Foglio di via», «Il pane e le rose», «So che nell’ultima ora peccherò», «Teacher don’t teach me nonsense» e «La convivialità delle differenze» sono critiche ironiche o drammatiche ai pregiudizi e alle ingiustizie della società italiana ed europea; «Undicizerotreduemilaquattro», «Le stanze sgombre», «La beauté de l’âne» e «20 Kg» sono istantanee di un mondo ferito e impaurito dalle minacce di guerra e terrorismo; «L’henné» e «Il figlio» sono storie paradossali sui ruoli sociali e di genere nelle moderne società islamiche. A un testo a parte è il brevissimo divertissement «L’idioma gentile», giocosamente intitolato come un trattato sulla lingua italiana di Edmondo De Amicis (1905): un uomo maliano è sottoposto a una sorta di esorcismo perché dalla sua bocca escono solo frasi in un antico e incomprensibile italiano, tratto da testi medievali e rinascimentali.

Nell’Avant-propos dei Sessanta nomi dell’amore Lamri dichiara di praticare e pensare la scrittura in lingua italiana come un «pellegrinaggio circolare», che porta memorie culturali algerine, nordafricane e mediterranee verso la meta lontana, utopica, di un’«anima plurima», dove tutti i frammenti possano conciliarsi. La varietà dell’attività di Lamri e l’eclettismo della sua scrittura rendono arduo cogliere quanto di questo pellegrinaggio egli abbia già percorso, e quanto ancora ne percorrerà attraverso la scrittura. È indubbio però che la sua poetica, così ottimistica, vada riconosciuta come una delle più interessanti e innovative nella scena multiculturale dell’Italia contemporanea.

 


[da Tahar Lamri, I sessanta nomi dell’amore, Santarcangelo di Romagna: Fara, 2006, pp. 43-54]

 

 

Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano

 

Sul suolo rigorosamente piatto e nudo, miriadi di scoppi di quarzo scintillano al sole come infinite stelle. In alto, sulle cime delle rocce l’aria sembra leggera. Sagome di falesie si annunciano in lontananza. Gialle di giorno, color malva di sera. Il colore è l’unico segno del tempo. Abbiamo attraversato la hamada, l’erg, il reg ed il sarir, tanti nomi per dire la diversità del deserto. Deserto di sassi della hamada, deserto di seta dell’erg. Luoghi di confronto fra sabbia e sassi. Ogni tanto l’uno prende il sopravvento sull’altro.

Camminiamo da venti giorni alla maniera dei Tuareg: all’alba davanti ai nostri cammelli, per non stancarli troppo, quando il sole diventa troppo caldo per la marcia saliamo sul loro dorso, e, al pomeriggio, con il calare della temperatura torniamo a camminare a fianco degli animali sino al tramonto ed anche alle prime ore della notte.

Il mio compagno di viaggio, di nome Dayak, un Tuareg del Nord, alto di statura e di pelle chiara, e della tribù dei Kel Rela, un nobile dall’incedere noncurante e fiero. Del suo volto non ho mai visto oltre gli occhi scuri e profondi. Non aveva nessun obbligo di scoprirsi il volto davanti a me. Io non sono un superiore. Ad una sosta all’ombra di una roccia gli chiedo:

- Ma dove andiamo?

- Da nessuna parte. Solo più lontano, risponde, poi dopo un po’ aggiunge: Vedi, il deserto è senza scopo. Come noi nomadi. Non ti svela niente perché non ha niente da nascondere.

Volevo chiedere dei Tuareg, ma apro la bocca e non dico niente.

Abbasso la testa e vedo come delle scritte nella sabbia, chiedo a Dayak:

- Che cosa sono questi segni nella sabbia? – Questi? dice indicando i segni con un bastone. Ah è il tifinagh, la nostra scrittura.

La scrittura Tuareg. Osserva un attimo di silenzio poi si schiarisce la voce e dice: la nostra è una scrittura di nomadi; è tutta fatta di bastoni, e i bastoni sono le gambe di tutte le greggi: sono gambe di uomini, zampe di mehari, zampe di zebù, zampe di gazzella, gambe di chi percorre il deserto. E le croci dicono di andare a destra o a sinistra e i punti – perché vedi, ci sono molti punti – sono le stelle che ci guidano di notte, perché noi Sahariani conosciamo soltanto il cammino, il cammino che ha per guida, di volta in volta, sole poi le stelle, dovresti saperlo no? Sono tanti giorni che camminiamo nel deserto.

Vedendo che Dayak ora parla di più gli chiedo: – Parlami dei Tuareg, Dayak

- Ti parlerò dei Tuareg più avanti, non hai ancora viaggiato abbastanza. Guarda il paesaggio attorno a te invece, poi quando sarà il momento te ne parlerò dei Tuareg, mi risponde.

- Allora dimmi perché hai il volto coperto almeno – insisto.

- Ma quanto sei impaziente. Così non imparerai mai niente, però ti rispondo lo stesso. Questo che vedi sul mio volto è litham o chech e sostituisce l’indumento originale che si chiama tagelmoust, indossato solo nei giorni di festa. Perché lo porto non sono in grado di spiegartelo, però ti posso dire che per me la legge del velo scuro è più chiara della luce, la legge che comanda di nascondere il viso alla collera, alla sofferenza, all’amore e persino alla morte. Adesso riprendiamo il cammino.

Dayak si alza seguito docilmente da me.

- I nomi delle località già attraversate o da attraversare sfilano nella mia mente:

El Oued – Touggourt – Souf – Ghardaia – Ben lsguen – EI Atteuf -Bou Noura – MetIili – Beni Abbés – Tarhit – Tadmait – Tanezrouft -Hoggar – Tassili n’Ajjer – Tadmekka – Taghaza – Timbuctù – Mopti – Djenné – Bandiagara -Sangha – L’Air – Tenerè – Dogondoutchi – Birni N’Konni – Madaoua – Maradi – Zinder – Abala – Tahoua – Tchin Tabaraden – l-n Gall – Assoua – Tchimoumoumene – Agadez – Teguiddan Tessoum -Bilma – Dirkour – Iferouane – Ghat – Ghadames – Tikhar – Akakus – El Barkat.

 

Ripeto ad alta voce ed in ordine sparso questi nomi a Dayak per pura provocazione.

- I Tuareg sono arrivati da padroni quando queste distese che dici non avevano ancora tali nomi … dice Dayak.

 

E con un tono di fierezza aggiunge: Poi dopo abbiamo imposto il nostro dominio alle carovane a cui offrivamo una protezione, se i beduini non pagavano i pedaggi, erano razzie e guerra. Cosa vuoi che ti dica sui Tuareg? Lasciamo perdere. Oggi la metà dei nostri bambini muoiono di morbillo e febbre gialla. Guarda il paesaggio va’! conclude con amarezza.

Seguendo il consiglio di Dayak, guardo il paesaggio attorno a me, arborescenze geologiche, sconvolgimenti tellurici hanno preso il posto della vegetazione. Il calore intenso vetrifica la sabbia producendo distese di stelle sul suolo. Picchi che si ergono come vegetazione gigante di qualche centinaia di metri di altezza sull’orizzonte piatto. Isolotti appuntiti, ventose, funghi rocciosi. Dune policrome appollaiate su castelli di sassi o su torri di gres rosso. Giochi di luci e ombre, colori che cambiano secondo le ore del giorno.

Nell’ora che precede il tramonto il paesaggio si trasforma, acquista iridescenza, scoppia in infinite sfumature e ricompensa della fatica del viaggio.

Mi vengono in mente le parole di Dayak Il deserto non ti svela niente perché non ha niente da nascondere, ma lo scenario, qui davanti ai miei occhi è così scoperto, così trasparente, che per contrasto tutti, i misteri del mondo mi sembrano qui concentrati.

Il più piccolo gesto umano assume un valore, la più intima perturbazione del paesaggio è un segno. Il deserto dà la coscienza della futilità delle cose. Dopo queste vertiginose giornate passate in questo viaggio mi sento assalire da un tranquillo stupore. Dayak porta il segno di questo placido stupore perennemente sugli occhi ed immagino anche sul resto del volto.

Il segreto della sopravvivenza sta nella mobilità. Per chi avanza nel deserto senza fine, in un immutabile scenario, non si tratta di un lungo vagabondaggio, ma piuttosto di una lunga dissidenza. Il deserto è la terra dei ribelli e dei profeti, ribelli per antonomasia

Ah già! il vento. Ne ho visto di vento in questo viaggio. Ma nella lotta fra la sabbia ed i sassi, ho visto il vento impotente di fronte alla hamada; anche sollevando la sabbia in terribili tempeste, non fa altro che togliere da una parte ciò che mette dall’altra. Forse qui anche il vento è un nomade preso dal vortice del tempo circolare. L’erg non perde neanche un granello di sabbia, ma del passaggio del vento rimangono lunghe zebrature ondulate sulla sabbia.

In questo sistema che si racchiude senza pietà sull’uomo, un piccolo spiraglio appare all’improvviso.

Il letto del Mathendous si apre nell’ammasso di pietre, scendiamo nel fondo. A cento metri più giù ci troviamo prigionieri di un canaletto di sabbia in mezzo a due ripide rocce levigate. All’ombra della sera che scende su di noi, in un silenzio soffocante, qui nel centro della terra, la vita ci appare in un colpo. Provocante e smisurata.

- Un elefante, una giraffa, un bue, un antilope mi sono messo a gridare.

Dayak mi guarda in silenzio. Senza neanche un sorriso gratificante. Qui di fronte a me, scolpiti nelle pareti. Animali giganti. Immagini di caccia. Passato impenetrabile. Osservando questa arte grezza, dalla bellezza irresistibile, dove il tratto sembra ridotto alla purezza del movimento, ho l’impressione di scoprire un’arte compiuta, attuale, come se tutta l’arte, da quando sono stati scolpiti questi disegni, non fosse che un susseguirsi di peripezie per ritrovare questa matrice.

- Andiamo, – Dayak mi tira fuori dal mio stupore, faccio un salto di sorpresa e cado all’indietro.

- Ti chiedo scusa, – dice Dayak, – non volevo spaventarti, ma è da molto tempo che siamo qui e dobbiamo raggiungere un posto qui vicino per passare la notte.

Mi alzo a fatica e seguo Dayak nella risalita. Non oso più parlare.

Dopo un po’ arriviamo ad un posto tutto sommato accogliente, c’era anche un pozzo d’acqua.

Dayak accende il fuoco e mette l’acqua a bollire per il the. Mangiamo i datteri che ci sono stati offerti dai nomadi incontrati due giorni prima. Poi Dayak si dirige verso il cammello e dal fianco della sella tira fuori un liuto. Si mette a sedere addossato ad un sasso e comincia a suonare.

Sembrava aver qualcosa da dire però continua a suonare per circa un’ora, poi alla fine mi porge il liuto.

- Ma io no so suonare, – dico

- Allora canta!

- Veramente non so neanche cantare.

- Male, male, – dice Dayak poi senza aspettare risposta aggiunge: – È da quando siamo in viaggio che mi chiedi di parlarti dei Tuareg. Fino adesso non ho risposto a questa tua richiesta perché non avevi ancora familiarizzato con il deserto e quindi potevano sfuggirti alcune cose, ma adesso penso di potertene parlare anche se… Comunque. Va bé. Hai mai sentito parlare dell’albero di Ténéré? – mi chiede Dayak

- Sì ne ho sentito parlare, è l’unico albero che sia stato mai segnato su una carta – rispondo

- Era l’albero più solitario del mondo – dice Dayak, poi aggiunge: l’unico albero del deserto. Vecchio di centinaia di anni. Era un punto di riferimento nell’erg del Ténéré. Per centinaia di chilometri c’era solo sabbia e l’albero di Ténèrè. Un bel giorno un camion lo travolge. Noi Tuareg siamo come quell’albero, eravamo radicati nel deserto, non c’erano confini per noi, sono arrivati i Cristiani e hanno detto: queste terre sono nostre e allora noi li abbiamo combattuti, poi dopo sono andati via e sono stati sostituiti da governi, confini, cittadinanze, passaporti, visti e tante altre cose, e così comincia per noi la tragedia. Non sto adesso a parlarti di queste cose perché le puoi immaginare da solo, e poi vedo che sei impaziente di sapere chi sono i Tuareg. Anche se non capisco la tua impazienza ti rispondo lo stesso però ti avverto non aspettarti molto da me perché non troverai che delusione, accontentati di quel che ti dico e vedrai che imparerai molto.

“Allora, per cominciare ti dirò che il vero nome del nostro popolo è Imazighen che vuole dire ‘uomini liberi’, il nome tuareg ci è stato dato dagli arabi ed è un nome dall’etimologia incerta, potrebbe voler dire ‘quelli che sono sempre per strada’ oppure i seguaci di una tariqa, una confraternita. Comunque gli Imazighen o, se vuoi, i Tuareg oggi sono raggruppati in nove confederazioni rette da un capo, Amenokal: Kel-Ajjer, Kel-Ahaggar, Kel-Air, Kel-Antassar, Kel-Gress, KeI-Dinnik, Jullemiden, lforas, Tenghereghif.

“Nessuno sa con esattezza da dove veniamo. Neanche noi lo sappiamo ma a noi interessa poco saperlo. Sappiamo che la nostra origine è berbera e questo ci basta. Alcuni dicono che veniamo dallo Yemen. Altri dicono che i nostri antenati sono i Garmanti, contro i quali i romani dovettero sudare per imporre il loro dominio. Insomma ci sono tante teorie. Comunque siamo berberi, la nostra scrittura l’hai vista è il tifinagh, che vuoi dire scrittura dei fenici, perché l’abbiamo presa da loro. Io sono uno dei pochi uomini a saper scrivere, perché una volta, ma adesso è cambiato tutto, solo le donne sapevano scrivere. E la nostra lingua si chiama tamacheq, la lingua berbera più pura perché incontaminata. La nostra vita ruota attorno alla donna, l’uomo da noi non è il padrone di casa ma un ospite. Appena sposati, l’uomo va vivere presso la moglie che rimane la padrona di casa. Ed i figli sono affiliati allo zio materno. Questo – dice Dayak indicando la sciarpa che gli copre il volto – lo porto dall’età di quindici anni, la nostra tradizione vuole che lo zio materno lo regali al nipote al suo primo digiuno del ramadan. Le nostre donne invece vanno a volto scoperto. Prima di diventare musulmani eravamo animisti. Comunque animisti o musulmani siamo sempre stati monogami. D’altronde, un guerriero, un viaggiatore, un nomade che cosa se ne fanno di tante mogli?

“Oltre alle confederazioni che ti dicevo prima, c’è una particolare divisione fra gruppi dell’est e dell’ovest. Non hai notato niente, a proposito delle tende nel nostro viaggio?”, mi chiede Dayak

- Sì, mi sembra che le tende che abbiamo visto ad est siano diverse da quelle incontrate ad ovest, dal colore credo…

- Esatto, i gruppi dell’est hanno le tende a righe bianche, gialle e marroni…

- È vero – lo interrompo – mentre quelle dei gruppi dell’ovest sono nere e rosse

- Sì è così

Approfittando di questo dialogo, chiedo a Dayak

- È vero che i Tuareg sono sempre stati schiavisti?

Dayak sembra sorpreso da questa domanda, si alza poi va a sedersi su un sasso, dondolando leggermente le gambe.

- Ascolta, queste parole moderne non significano niente per noi. Io ho studiato in quelle terre che si chiamano Europa, e ti posso rispondere. Ma la nostra gente non sa che cosa vuoi dire schiavo, nè quelli che tu chiami schiavi sanno che cosa vuoi dire questa parola. La realtà è che i nostri nobili imochar sono viaggiatori e commercianti, però, come hai visto, noi abbiamo anche dei villaggi, dove stanno le nostre mogli, i nostri bambini, i nostri vecchi. Ma noi non siamo agricoltori, le popolazioni locali ed i neri sì. Allora abbiamo chi lavora per noi, e questi sono i bella che qualcuno traduce con la parola servi e gli iklan che qualcun altro, nella sua lingua che non c’entra niente con la nostra, chiama schiavi. Questi che tu chiami schiavi lavorano la terra e prendono il quinto del raccolto, e c’è chi arriva anche alla metà di questo raccolto. Poi il padrone schiavista non si mescola con i suoi schiavi, mentre noi come hai visto i tre quarti della nostra popolazione è nera. Vedi, da qualche anno da noi c’è una nuova categoria chiamata ichomar, lo sai da dove deriva questa parola? deriva dal francese chômeurs, disoccupati. Questa categoria secondo te dove dobbiamo classificarla? Le cose hanno un contesto e una logica se li tiri fuori da lì non capisci più niente. Ecco tutto.

- Sì, ma io ho letto che una volta i Tuareg facevano il commercio degli schiavi.

- Certo questo commercio c’era, ma c’erano anche tanti altri commerci che adesso non ci sono più, è soltanto una questione di tempi storici. La nostra gente commerciava con i romani, con i cartaginesi, con i fenici ma anche con gli africani, le nostre carovane arrivavano fino all’Africa centrale e oltre e questi africani vendevano ai Tuareg degli schiavi e cioè dei neri che erano già schiavi. Era così.

- Però alcuni dicono i Tuareg razziavano anche dei bambini neri per farne degli schiavi.

- Ascolta, non possiamo dilungarci molto su questo argomento perché non possiamo parlare di una verità di ieri con le parole di oggi. È vero questa cosa è esistita – risponde Dayak

- Dimmi Dayak, ma perché la chiami “questa cosa”, e non con il suo nome, schiavitù?

- Perché non voglio convincerti della mia ragione e so che tu non potresti mai capire, non essendo di queste terre. Questa cosa – dice ridendo – si può capire soltanto se sei di qui ecco. Vedi, dalle tue parti quando piove si dice che il tempo è cattivo, dalle nostre invece quando piove si dice, Ah che bel tempo! Tutto sta qui. Ma adesso dormiamo. Domani è la festa del mulud e visto che ormai siamo a Djanet ti farò vedere una cosa che credo ti piacerà molto.

 

L’indomani giungiamo a Djanet. Un’aria di festa regna nell’oasi. Da tutte le moschee altoparlanti diffondono versetti salmodiati del corano. Gruppi di persone seduti sulla sabbia intenti a versare ritualmente il thé, altri facevano il méchoui, montoni arrostiti interi sulle braci, uomini con gandura bianche o vividamente azzurre, le donne con vesti leggere, celeste o verde smeraldo.

Abbiamo passato gran parte della giornata fra questi gruppi a bere il thè e mangiare il mèchoui.

Ho scoperto che Dayak era un gran chiacchierone, e questo mi bastava.

Nel pomeriggio ci avviamo tutti verso la grande piana bordata dal palmeto.

Dayak mi prende per il braccio poi mi dice:

- Vieni, andiamo a sederci su quella duna, adesso assisteremo ad una partita di t’kalcit.

Poi una volta seduti prosegue:

- Il t’kalcit è una specie di hockey sulla sabbia. La piana che vedi viene divisa in tre settori, in ognuno dei quali si disputa una partita nord-sud fra due villaggi contrapposti. Ogni villaggio dunque schiera in campo la sua squadra, ma si tratta di uno schieramento relativo, in quanto qualunque uomo può mettersi a giocare con la squadra del suo villaggio o andarsene quando non ne ha più voglia; d’altra parte il numero dei giocatori è illimitato, dipende dal numero degli abitanti del villaggio e dalla loro disponibilità a giocare, secondo la loro disponibilità a giocare. Anche il campo è illimitato; vengono soltanto segnate le due mete contrapposte oltre le quali i giocatori, armati di nodosi bastoni, devono scagliare una palla di cuoio.

Il gioco cominciava proprio allora, e già l’agitazione e la polvere erano al culmine. Uomini correvano dietro la palla dando forti colpi con bastoni un po’ ricurvi, sollevando nuvole di polvere, spesso i bastoni volavano in mille pezzi. Spesso anche lo scesc di alcuni giocatori svolazza da tutte le parti. Il gioco è durato forse più di due ore, però è finito perché erano rimasti in campo pochi giocatori, gli altri erano andati via man mano che si stancavano oppure quando non avevano più voglia di giocare. E poi comunque ormai era notte inoltrata, e nella notte limpida rischiarata da miliardi di stelle si sentono rincorrersi dappertutto gli acutissimi trilli delle donne, emessi modulando la voce nel fondo della gola.

 

Il giorno dopo abbiamo ripreso il cammino risalendo verso nord. Io pensavo a Dayak, a quant’era sorprendente: un Tuareg che aveva studiato in Europa, cosa sarà mai andato a studiare là? E perché è andato a studiare proprio in Europa? Queste e altre domande mi ossessionavano pero non osavo esprimerle, conoscendo la suscettibilità del mio compagno.

Per non fare queste domando gli chiedo:

- Non mi hai mai parlato del commercio dei Tuareg.

- Di commercio ne abbiamo parlato un po’, almeno quello degli schiavi, mi risponde.

- No, non intendevo quello, io ho letto da qualche parte che i Tuareg erano grandi commercianti di sale.

- Non solo. Quando il commercio era fiorente, i Tuareg attraversavano il deserto con carovane immense, formate anche da più di venticinquemila cammelli. Nell’Africa centrale le carovane portavano sale e datteri, che venivano scambiati con prodotti di valore; nel viaggio di ritorno si portavano stoffe, migIio, zucchero, prodotti artigianali, oro, avorio, che vendevano a nord agli arabi, che a loro volta lo vendevano in Europa. Poi, le nostre poche carovane si sono messe a trasportare qualsiasi cosa, ti ricordi quel tuareg che avevamo incrociato a Tamanrasset che aveva sul dorso dei suoi cammelli dei frigoriferi e dei televisori?

- Sì, me lo ricordo.

- Ebbene per un certo periodo di tempo, i nostri commercianti si sono lanciati nel traffico di merci introvabili al nord, e così potevi vedere carovane che trasportavano videoregistratori, computer, frigoriferi, insomma tutto quel che non si poteva trovare facilmente al nord, anzi mi è capitato di accompagnare un commerciante che trasportava un automobile che aveva comprato nel Mali, l’ha smontata tutta e l’ha caricata sui cammelli. Oggi invece i nostri nobili e sprezzanti nomadi sono per lo più profughi, alcuni hanno costituito anche delle cooperative di allevamento oppure agricole e riescono a tirare fuori qualche cosa dalla sabbia. Vedi, io… mi hanno mandato a studiare in Europa, perché un bel giorno i signori del nord hanno deciso che non dovevamo più fare i nomadi, allora prima sono venuti e hanno fatto il censimento poi dopo ci hanno messo a disposizione una scuola ambulante, poi siccome l’esperimento è fallito, hanno scelto alcuni ragazzi, ed io ero fra quelli, e ci hanno mandato in un collegio, poi a non so quale responsabile del Ministero dell’agricoltura è venuto in mente che i nostri dromedari erano malnutriti e allora hanno scelto me per andare a studiare, con una borsa di studio della FAO, a Reggio Emilia, in Europa, pensa, una disciplina chiamata “Scienza dell’alimentazione animale”. Ma la tragedia, – e noi diciamo “la peggiore tragedia è quella che fa ridere” – è che in questa città non avevano mai visto un dromedario, e siccome i docenti erano quasi tutti specializzati nell’alimentazione dei suini, mi sono specializzato anch’io nella scienza dell’alimentazione dei suini. Ti sembrerà strano ma è andata proprio così. Dopo ho deciso di tornare qui, non mi andava di rimanere in Europa, perché non volevo morire con troppi desideri e allora ho scelto di venire qui a vivere da nomade diciamo, di lasciare trascorrere le stagioni su di me. anche perché in questi ultimi anni mi sono successe delle cose terribili, come del resto a tutto il mio popolo…

Dayak si interrompe su queste parole, e vedo i suoi occhi inumidirsi, si inchina sulla sabbia e comincia a tracciare dei segni come se volesse confidare al deserto un segreto. Poi tira fuori dalla tasca interna della sua gandura una foto in bianco e nero di una bellissima ragazza e mi dice:

- Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me, ti prego di portarla sempre con te e di esibirla quando puoi, più occhi la vedranno e più gente si ricorderà di lei. Io sulla sua tomba ho piantato una palma che ha già germogliato e se cresce bene sarà la palma più solitaria del Sahara. Perché vedi un giorno ho visto un film quando ero in Europa che si conclude con queste parole: “Io non so se ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso”.

 

Dopo queste parole Dayak si è alzato in volo ed io sono rimasto lì, mi sono addormentato non so per quanto tempo e come il mio antenato Ibrahim Ibn Al-Bukhari Ibn Abdullah Ibn Nemer Ibn el Barud ho sognato il cervo illeso che chiedeva scusa al cacciatore deluso. Al mio risveglio mi sono accorto di essere Dayak e allora mi sono alzato e mi sono incamminato per le Vie dei Canti.